Il segreto dell’immortalità di Qin Shin Huang

Il primo imperatore della Cina ha trovato l’elisir di lunga vita grazie al suo esercito di terracotta. Che fosse un uomo ossessionato dalla morte ce lo racconta sia la storia ufficiale, sia le leggende nate sul suo conto. Nel 246 a.C., all’età di 14 anni, anno in cui salì al potere come re di Qin, commissionò il suo imponente mausoleo, passato alla storia per il vasto esercito di terracotta che ne fa parte. 

Secondo la tradizione, il sovrano fu tormentato nella vecchiaia dalla smania di ottenere l’immortalità. Per questo alcune fonti narrano dell’invio di alcuni sudditi alla ricerca di una mitica montagna dell’immortalità; ironia della sorte, morì assumendo un elisir di lunga vita che i medici di corte gli avevano preparato (l’intruglio conteneva mercurio, di cui ancora non si conosceva la tossicità)

La veridicità di queste storie non è certa in quanto la figura dell’imperatore venne pesantemente screditata in seguito da imperatori di altre dinastie.
Certo è che lasciò ai posteri i due più grandi monumenti cinesi. Egli fu infatti l’iniziatore del primo nucleo
della muraglia cinese e il committente dell’esercito di terracotta.

muraglia-cinese

La muraglia cinese, costruita per volere del primo imperatore della Cina.

Un regno sepolto
Il mausoleo venne scoperto nel 1974 a Litong (vicino a Xi’an) da alcuni contadini del luogo intenti a scavare un pozzo.
Per dare l’idea della grandiosità del progetto ecco alcune cifre: il tumulo centrale è alto 43m e l’area del sito è di 25 km^2. L’esercito si compone di circa 8000 statue interrate delle quali ad oggi ne sono state svelate circa 1800. Per la realizzazione dell’opera sono stati impiegate 700000 prigionieri e quasi 2000 artigiani specializzati divisi tra 85 maestri (di cui conosciamo i nomi) con 20 assistenti ciascuno.

La tomba vera e propria, non ancora scavata, secondo le fonti è costruita come una città imperiale in cui le spoglie dell’imperatore si trovano all’interno di una sorta di città proibita circondata da mura, a cui solo egli ha l’accesso. Altre mura cingono una sala in cui sarebbero conservate la corona, le vesti e il tesoro del sovrano. Vennero costruite molte trappole per scoraggiare i ladri di tombe e inoltre coloro che furono i diretti responsabili della costruzione sembra che furono murati vivi all’interno del sepolcro per scongiurare il rischio che rivelassero i segreti del progetto.
Secondo le descrizioni, la salma si troverebbe così in profondità da essere al di sotto di tre falde acquifere e la sala sarebbe rivestita di bronzo e circondata da fiumi di cinabro (solfato di mercurio), sostanza che sarebbe associata all’immortalità, ma altamente velenosa e causa diretta della morte dell’imperatore.

Lo schieramento a protezione dell’immortalità

cocchio

Tra i ritrovamenti, anche un cocchio

Vicino al mausoleo si trovano le tre fosse che conservano l’esercito di terracotta coperte da volte di legno. Ciò che colpisce subito è l’impatto emotivo della compostezza e della fierezza dello sguardo data ad ogni singolo componente e ovviamente numero immenso dello schieramento che riproducono esattamente l’armata imperiale, ma non solo.
Inizialmente si pensò che un tale numero di manufatti doveva essere prodotto in serie, come una catena di montaggio in cui le singole parti erano inizialmente create tutte uguali e poi leggermente modificate per differenziarle.
Tuttavia uno studio fatto dagli archeologi dello University College London e dagli studiosi del Museo dell’Imperatore Qin ha analizzato le differenti forme delle orecchie dei soldati e le ha messe in relazione con quelle di un campione della popolazione cinese odierna riscontrando che la varietà è tale da dimostrare che i soldati sono stati realizzati singolarmente e a fedele ritratto di ogni singolo soldato reale dell’armata, tesi ulteriormente avvalorata dai nuovi studi condotti su altre parti del viso e del corpo, ad esempio le labbra.
L’unica nota di irrealismo è data dalle dimensioni dei soldati, infatti quelli in piedi misurano 2 m di altezza, scelta probabilmente determinata dalla volontà di rappresentare la grandezza e la temibilità di quell’enorme macchina umana.

L’esercito è una manna da cielo per gli studiosi perché riproducendo ogni singolo componente dell’esercito imperiale, con armi, corazze e tratti fisici da la possibilità di ricostruire accuratamente le tecniche di schieramento e combattimento dell’epoca e le armi usate che sono quelle reali, affilate e in grado di uccidere, le mode di barba, capelli, abiti e gli attributi che segnavano la differenza di rango e autorità tra i vari scomparti.

Anche le fosse in cui sono disposti aiutano la lettura dello schieramento: la fossa 1 contiene la fanteria di prima linea pronta all’attacco accompagnata dai bighe con soldati corazzati. La fossa 2 presenta uno schieramento diviso in quattro unità costituite rispettivamente da balestrieri, bighe, un’unità mista di bighe, fanti e cavalieri, e infine, al fondo la cavalleria. Nella fossa 3 si trova il posto di comando con gli ufficiali e due cocchi.

Tecnica esecutiva
I personaggi sono stati realizzati fabbricando prima il busto, a cui vengono attaccate braccia, testa e gambe realizzate singolarmente e saldate con strisce di argilla. Tutte le figure (uomini e animali) possiedono il busto cavo e le gambe/zampe piene.
Le statue presentavano una ricca e sgargiante colorazione che purtroppo oggi si rileva solo in tracce, tanto che se pensiamo ai guerrieri ci verrà in mente la loro immagine nel colore della terra cotta.

Questo perché è stata perduta nel corso del tempo o durante lo scavo a causa del degrado rapidissimo dovuto al contatto del film pittorico con l’aria secca che ne causa il distacco.
Infatti, negli esemplari in cui la pittura era ancora ben conservata al momento del ritrovamento, gli archeologi hanno assistito impotenti alla sua disintegrazione nel giro di pochi minuti, causando così la perdita irrimediabile di molte e preziosissime informazioni.
Oggi le estrazioni si stanno adeguando a questa problematica ma nonostante ciò risulta molto difficile estrarre le opere senza che queste entrino in contatto con l’aria.

Articolo di Nicole Manfredda

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