La caccia selvaggia nel folklore medievale

“Le cime scintillano di strani bagliori/la realtà, il suo confine è mutato ormai/uomo di fede non guardare cosa accade fuori./Sulle montagne c’è una strana danza/voci d’inferno, strider di catene/che l’eco riporta di balza in balza/c’è chi dice siano spiriti o dannati cacciatori…”.
Quello che viene descritto nella canzone del gruppo folk metal italiano Furor Gallico intitolata “Caccia morta”, non è un racconto di fantasia inventato dalla band, bensì una leggenda, o meglio una superstizione molto ben radicata nella mentalità medievale già dai primi secoli.

Diffuso nell’Europa settentrionale, centrale e occidentale, ma nato in Britannia, il mito si fonda su questa premessa comune: un corteo notturno di esseri sovrannaturali attraversa il cielo (o il terreno), mentre è intento in una furiosa battuta di caccia, con tanto di cavalli, segugi e battitori al seguito.

I protagonisti principali della battuta di caccia infernale differiscono a seconda delle varie culture: Odino in Scandinavia, Re Artù in Britannia, Carlo Magno in Francia, Nuada in Irlanda, Arawn in Galles, il re Waldemar in Danimarca, l’exercito antiguo in Spagna e Wotan con il suo Wütendes heer (“esercito furioso”) in Germania.
s2Si possono, in ogni caso, raggruppare le varianti secondo quattro categorie: i gruppi infernali con, come protagonisti, soli animali (la maggioranza dei casi), quelli con anime dannate, con esseri mostruosi o dalle origini comunque ultraterrene, e ancora i cortei guidati da un capogruppo, in genere legato alle forze ctonie (in genere, quindi, il Diavolo) o alla memoria storica del luogo (come, appunto, re o imperatori).

Essere testimoni della caccia selvaggia viene considerato presagio di catastrofi e sciagure, e i mortali che si trovano sul cammino del corteo sono in genere destinati a essere uccisi, ossia rapiti e condotti nel regno delle tenebre.

Nelle varie tradizioni popolari quest’immagine viene inserita in diversi racconti e leggende; ma la radice originaria della credenza della caccia selvaggia affonda nella mitologia nordica: il dio Wotan (cioè Odino), psicopompo, nelle notti del Sacro Periodo (cioè quello che comprende i dodici giorni successivi al solstizio d’inverno) a cavallo di Sleipnir Dalle Otto Zampe, mostruoso cavallo nero, guida il corteo delle anime dei soldati morti in battaglia, in una vorticosa ridda attorno alla Terra.

Possono essere date diverse letture e motivazioni scatenanti la credenza, che è sicuramente legata al timore reverenziale verso il buio: per l’ovvia mancanza di illuminazione adeguata, era molto diffusa la paura di restare soli all’aperto di notte, al di fuori delle protezioni offerte dalle mura cittadine. Da un punto di vista storico-religioso e simbolico buio ha un significato ambivalente in quanto oscuramento della luce naturale, esso diventa il tempo per eccellenza di ciò che trascende la “natura”, del super-umano, cioè delle varie manifestazioni del sacro, come anche in questo caso. Da un lato incute timore (l’uomo, a differenza di altri animali, non è in grado di vedere nel buio, se non in misura minima), dall’altro meraviglia, e quindi curiosità. L’alto grado di diffusione della credenza nella caccia selvaggia – rintracciabile in tutta l’Europa, anche perché molteplici popoli attraverso spostamenti e conquiste fusero le proprie tradizioni con quelle delle popolazioni autoctone – la dice lunga sul suo radicamento.

Il mito era molto diffuso anche in Italia, soprattutto nell’area alpina, dove la caccia selvaggia viene associata a lontane luci, scalpitio di zoccoli, abbaiare di cani, urla demoniache, e un forte sibilare del vento. Il protagonista della caccia in questa zona si chiama Beatrik, e viene associato alla figura di Teodorico il Grande. La leggenda col tempo è stata inquadrata in una cornice cristiana che ne ha modificato i suoi connotati soprattutto nell’esito finale, utilizzandola a fini di ammonimento; in questa variante, l’intervento di un religioso riesce ad allontanare il corteo infernale.

La caccia selvaggia è un tema molto presente anche nella letteratura italiana medievale: compare nell’Inferno di Dante, nel “Decameron” di Boccaccio, all’interno della novella di Nastagio degli Onesti (nella quale, tre miglia fuori Ravenna, si assiste alla scena di una donna discinta furiosamente inseguita da due cani e da “un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano”), e nel più tardo Torquato Tasso, che vi accenna nella “Gerusalemme liberata”.

s3La credenza ha connotati diverse a seconda delle zone della penisola: in Lunigiana la caccia selvaggia, nota come caccia infernale, è preceduta da folate di vento gelido ed è composta da una muta di cani feroci e spiriti aggressivi.

Nella cultura popolare italiana si racconta della caccia selvatica soprattutto nelle zone montane: lungo tutto l’arco alpino e in certi casi anche lungo la catena appenninica, con varianti, e questo perchè i villaggi in quelle zone risultavano essere, in certi casi, completamente isolati, in particolar modo durante la stagione invernale; questo portava ad amplificare il terrore suscitato da alcuni eventi climatici forse non compresi del tutto per le diverse forme con cui si presentavano a seconda dell’intensità, comei forti temporali.
In molti casi era sufficientente che il vento soffiasse più forte del solito per generare, nelle superstiziose popolazioni di quelle zone, un verio e proprio terrore.

Il nome con cui viene indicata la caccia selvaggia cambia non solo a seconda dell’area geografica, ma anche da una singola regione all’altra.
In Inghilterra veniva chiamata “Wilde Hunt”, in Scozia “Sluagh”, in Germania “Wutende heer”, in Francia “Chasse Arthur”, in Svizzera “Struggele selvaggia”.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, in fonti lombarde viene chiamata “Caccia Morta” (o “Cascia Morta”, in dialetto) o “Caccia del Diavolo”, in Piemonte “Corteo dla Berta” o “Càsa d’i canètt!, in Trentino “Cazza selvadega” o “Ciaza Mata” in Val di Non, in Valsassina “Kasa selvadega”.

Oltre che nella musica, questa leggenda è presente anche nel romanzo “La cavalcata dei morti” di Fred Vargas, all’interno del quale la “Schiera Furiosa”, come viene definita, attraversa i boschi della Normandia facendo da sfondo alla vicenda.

Articolo di Giulia Battistotti

fonti:

http://www.latelanera.com/misteriefolclore/misteriefolclore.asp?id=123

http://www.biblioteca-spinea.it/blog/2013/05/26/fred-vargas-e-la-cavalcata-dei-morti/

https://m.youtube.com/watch?v=XuZpRzRlWbk (per chi fosse interessato alla canzone citata all’inizio dell’articolo)

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