Amedeo Guillet, il comandante diavolo e Lawrence d’Arabia italiano

20141215161729!Amedeo_GuilletLa storia straordinaria di un uomo dai mille volti: ufficiale, agente segreto, ambasciatore, stalliere, acquaiolo, scaricatore di porto e soprattutto guerrigliero. Un uomo camaleontico, imprevedibile e temerario che per restare fedele al suo codice d’onore cambia identità, patria e lingua. La sua avventura comincia con la disfatta fascista in Africa orientale quando, giovane tenente, rimasto solo con un centinaio di indigeni a cavallo decide di non arrendersi perché più si combatte più gli Inglesi rimangono in Eritrea e non vanno a combattere contro gli italiani in Libia.
Secondo il diritto internazionale di guerra non si può continuare a combattere dopo la firma della resa, eppure Guillet ha in mente una strategia precisa: sfiancare il nemico e fargli credere che gli Italiani sono ancora in grado di combattere.
E’ costretto a nascondersi, a camuffare la sua identità: smessa l’uniforme militare indossa il turbante e il tipico abbigliamento indigeno e grazie ai suoi tratti mediterranei e alla conoscenza perfetta della lingua araba per tutti è Ahmed Abdallah al Redai. Inizia così la leggenda del comandante diavolo.
Comincia anche a prendere decisioni impensabili come quando cattura una pericolosissima banda della guerriglia del negus: da Roma ha l’ordine di giustiziare qualunque ribelle, ma quando vede i volti fieri di quei nemici non solo decide di non ucciderli ma gli propone di arruolarsi nei suoi reparti dicendogli: ‘Ma il primo che mi tradisce lo uccido’.
Il duca d’Aosta copre queste sue decisioni e inoltre decide di creare un’intera cavalleria indigena, detta Gruppo Bande Amhara, agile e di impatto, al seguito di Guillet. Questi nel giro di due mesi organizza e costituisce la nuova armata: comprende combattenti diversissimi per etnia e religione che soltanto un grande conoscitore di uomini come lui può tenere uniti e governare.
Ma mentre sta completando l’addestramento il 10 giugno del ’40 l’Italia entra in guerra e in Africa la situazione si fa subito difficile: gli Inglesi conquistano velocemente Sidi Barrani, in Libia.
All’inizio del ’41 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Libia orientale. Guillet per difendere il fronte italiano è pronto a tutto: gli viene chiesto di usare i suoi reparti a cavallo per rallentare l’avanzata nemica e dare tempo agli Italiani di organizzarsi. Fa dunque un’azione inaspettata e genialmente spericolata: decide di attaccare nel bel mezzo dello schieramento, facendo conto sul fatto che mitragliatrici e artiglieria britannica non avrebbero potuto sparare per non colpire la loro fanteria.
Dopo sei ore di confusione 10mila militari italiani si erano ormai rifugiati sulle montagne, grazie a un’azione militare ricordata ancora oggi come una delle pagine più valorose della storia militare italiana. Guillet viene ricordato come il comandante che ha guidato una cavalleria contro i carri armati, e ha vinto. Diventa una leggenda: coraggioso sprezzante del pericolo, fedele agli alleati e rispettoso del nemico. È il Comandante Diavolo.

Ma nella primavera del ’41, dopo la disfatta italiana il negus neghesti Haile Selassie torna in Etiopia e con l’aiuto degli Inglesi cerca di annettere anche l’Eritrea. Dall’altra parte però Guillet cerca di attrarre alla sua causa proprio gli Eritrei facendo leva sui loro sentimenti anti-etiopici e mettendo in luce il pericolo degli Inglesi
Guillet viene idolatrato dagli Eritrei come personaggio eroico e simbolo di quei valori e di quelle qualità che corrispondevano alla loro cultura: il coraggio, la dedizione e il sacrificio. Per questo non lo tradiranno mai, nonostante la tentazione della taglia che ha sulla sua testa.
La sua trasformazione non è solo esteriore, inizia a pregare 5 volte al giorno secondo il rituale cattolico o islamico. Inizia quindi a vivere nella comunità musulmana, in modo completamente mimetico, tanto che non lo prenderanno mai, per questo però attraversa anche una crisi di identità che per qualche tempo lo fa rimanere sospeso tra due culture. Non è più un Italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. È un indigeno tra gli indigeni e la sua figura ricorda molto quella di Lawrence d’Arabia.
Nascosto dietro alla sua nuova identità, con i suoi indigeni inizia una lotta senza quartiere contro gli Inglesi, sabotando ferrovie, tagliando linee telegrafiche, facendo saltare ponti e saccheggiando depositi militari. Le azioni della banda inizialmente vengono considerate opera di fuorilegge locali, di banditi del deserto, ma con il tempo la stampa intuisce che dietro a tutto ciò c’è Amedeo Guillet e subito sulle sue gesta cala il velo della censura, diventando oggetto di un rapporto top secret dell’intelligence inglese che inoltre sulla sua testa fissa una taglia di mille ‘gold pound?.
Alla fine del ’41 quindi finalmente arriva nel porto di Hodeida in Yemen: ma per i suoi modi raffinati e la lingua gli Yemeniti sospettano che sia una spia inglese e lo incarcerano. Gli Inglesi venendo a saperlo chiedono la sua estradizione cosa che insospettisce molto gli Yemeniti stessi. Il sovrano quindi gli concede udienza e ascolta tutta la sua storia. Ne rimane affascinato e gli propone di rimanere, prendendolo sotto la sua protezione: lo fa curare, gli dà una casa e uno stipendio da colonnello. Finalmente nel ’42 gli Inglesi mettono a disposizione una nave della croce rossa per tutti gli Italiani che volevano tornare in patria. Guillet, aiutato dall’Imam e dai suoi vecchi amici del porto, riesce a imbarcarsi furtivamente per non essere riconosciuto. Per tutto il viaggio sta nascosto nel manicomio e deve fingersi pazzo.

Il 2 settembre del ’43 torna in Italia dove viene promosso generale. Le sue conoscenze linguistiche lo rendono perfetto per il lavoro di intelligence. Nel Dopoguerra, Guillet inizia a la carriera diplomatica, che prosegue per quasi trent’anni e che lo vede divenire ambasciatore d’Italia in vari Paesi. A seguirli sono sua moglie e la sua nota fortuna: sopravvive a due incidenti aerei nello stesso giorno e a due colpi di Stato di cui è testimone in Yemen e in Marocco. Si batte per promuovere il dialogo tra cristiani, musulmani ed ebrei.
Nel 1975 va in pensione per raggiunti limiti di età. Si reca a vivere in Irlanda .Se in Italia nessuno sapeva della sua storia, in Irlanda viene accolto con grande entusiasmo e ritrova anche il suoi vecchi nemici-ammiratori Max Harari e Vittorio Dan Segre, che oggi è il suo biografo.Nel novembre del 2000 il Capo dello Stato italiano Carlo Azeglio Ciampi ha conferito al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza di ‘Cavaliere di Gran Croce’.
Muore a Roma il 16 giugno 2010, all’età di 101 anni.

Antonio Armenti

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