La battaglia del Little Bighorn

E’ la battaglia forse più importante nella guerra tra americani e indiani d’America, svoltasi il 25 Giugno 1876 nei pressi del Little Bighorn, affluente del fiume Bighorn, situato tra gli Stati del Wyoming e del Montana. Lo scontro vide una coalizione di Sioux, Cheyenne e Arapho da una parte e il 7° Cavalleria dall’altra.

La casus belli fu la scoperta da parte dell’uomo bianco di immense quantità d’oro sulle Black Hills (Paha Sapa in lingua Lakota), luogo però sacro, il più sacro per gli indiani delle praterie, in cui riuscivano a comunicare con il Grande Spirito.
Anni prima, nel 1868, il presidente americano firmo’ un trattato con Nuvola Rossa e Coda Chiazzata (appartenenti alla tribù Sioux Oglala), dichiarando che le Colline Nere sarebbero state per sempre proprietà dei nativi, ma dopo tal scoperta, sempre più minatori si introdussero nelle Black Hills, e le autorità americane fecero poco o nulla per impedire la caccia all’oro.
Dopo molte proteste da parte dei capi Sioux ai funzionari di Washington, il presidente americano (chiamato Grande Padre dai nativi) decise di stipulare l’ennesimo contratto in cui si chiedeva di vendere all’America le colline per sei milioni di dollari (cifra assai bassa se si pensa che una sola miniera delle Black Hills ne fruttò 500 milioni).

L’offerta venne ovviamente rifiutata e questo provocò la reazione degli Stati Uniti che nel 3 Dicembre 1875 emanarono un ultimatum, il quale obbligava gli indiani che si trovavano fuori dalle riserve a rientrare entro il 31 Gennaio, se no sarebbero stati considerati come indiani ostili; ma per il grande freddo che fece quell’inverno (si arrivò addirittura a -32 gradi) e per l’impossibilità di trasportare anziani e bambini sotto a bufere di neve e vento, dissero che si sarebbero presentati nelle riserve in primavera.
Questa dichiarazione venne presa come un ottimo pretesto per cominciare a mandare soldati a dar la caccia ad ogni tribù e villaggio di indiani “ostili”; i quali si unirono formando un accampamento enorme, come non si era mai visto, si stima che coprisse una fascia di oltre un chilometro lungo il fiume. Era composto principalmente da Cheyenne, Sioux, ma anche da Arapho ed altre tribù, i cui principali capi furono Toro Seduto e Cavallo Pazzo, tutti stanziati sulla valle lungo il Little Bighorn.

La mattina del 25 Giugno 1876, il 7° Cavalleria, considerato forse il miglior reparto dell’esercito degli Stati Uniti, comandato dal generale George Amstrong Custer (Capelli Lunghi per gli indiani) attaccò il villaggio a sorpresa, villaggio che contava circa 1200 tende e 2000 guerrieri, i quali non si aspettavano un attacco, ma non si fecero trovare impreparati, quindi Custer decise di accerchiarli con tre truppe, la sua, quella del capitano Benteen e l’altra del maggiore Reno.
Grazie alle grandi doti di stratega di Cavallo Pazzo e all’aiuto spirituale e autorevole di Toro Seduto che infuse tanto coraggio ai guerrieri, nel giro di due giorni la coalizione indiana annientò le compagnie di Benteen e Reno costringendoli alla fuga, mentre la compagnia di Custer venne completamente sterminata, non facendo prigionieri e uccidendo tutti i soldati, compreso il generale Capelli Lunghi.

Per gli indiani fu la più grande vittoria di tutti i tempi contro l’uomo bianco, ma non durò a lungo l’entusiasmo, perchè dall’Est arrivarono sempre più soldati e coloni americani, e con loro vennero anche le malattie che uccisero più di due terzi della popolazione nativa, la quale dovette arrendersi o trovare rifugio in Canada, come fece Toro Seduto. In quanto a Cavallo Pazzo, reso una leggenda vivente dalla battaglia di Little Bighorn, nel 1877 si dovette arrendere vedendo che i suoi 900 Oglala erano senza cibo, senza armi e con i cavalli che stavano morendo di fame.
Fu così che forse il più grande capo di guerra Sioux, per il bene del suo popolo smise di combattere gli americani, che lo rinchiusero in una riserva senza cavalli, senza armi, senza più nessuna autorità sui suoi Oglala, ma senza mai averlo sconfitto in battaglia.

“Dissi all’ufficiale che era una gran brutta faccenda; che era un grosso pasticcio per il commissario dare un simile ordine. Dissi che era molto brutto; che non dovevamo combattere, perché eravamo fratelli, e l’ufficiale rispose che ciò non faceva alcuna differenza; che gli americani avrebbero combattuto anche se fossero nati dalla stessa madre.”

Articolo di Gianmaria Anderle

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