I Celti

A sentire la parola “Celti”, ciò che ai più viene subito in mente sono i fumetti di Asterix, i folletti, i quadrifogli, i boschi, le arpe, i lupi. Chiaramente, questi “cliché” sono i risultati di una cultura di massa che col tempo ha stereotipizzato i Celti, facendo della loro vera ed effettiva cultura una caverna buia che in pochi sono interessati ad esplorare fino a fondo.

Ma chi erano veramente i Celti?

Facciamo un passo indietro nel tempo dal periodo dell’invasione romana della Gallia, e andiamo agli inizi del I millennio a.C. nei pressi di Svizzera, Austria e Germania.
In queste regioni, all’inizio del I millennio a.C., vivevano i discendenti dei Protoindoeuropei giunti in Europa non molti secoli prima, ormai mescolati con i discendenti dei Cro-Magnon. Questa “nuova” popolazione sviluppò la cosiddetta “Cultura di Hallstatt”, dal nome della località in cui fu trovata una necropoli protoceltica verso la metà del XIX secolo. Nelle tombe a tumulo del sito archeologico furono ritrovati innumerevoli oggetti di vita quotidiana che venivano anche usati dai Celti dell’epoca di Cesare: una ‘piccola’ statua in arenaria, rappresentante un guerriero (il famoso “Guerriero di Hirschlanden”) indossa un collare assai simile al “torque” utilizzato dai Galli e dai Galati addirittura fino a pochi secoli prima della caduta dell’Impero d’Occidente.

Tuttavia, quelli della Cultura di Hallstatt erano “Protocelti”, e in quel periodo la distinzione fra Celti e Germani non era ancora marcata come ai tempi di Cesare e Tacito, che scrissero grandi opere su entrambi i popoli (rispettivamente il De bello Gallico e il De origine et situ Germanorum, comunemente conosciuto come Germania).
Celti HallstattPer parlare di Celti veri e propri, bisogna infatti fare un salto temporale di almeno quattro secoli in avanti, e un salto spaziale un po’ più a Ovest, nella sola Svizzera. Qui, infatti, a partire dal VI secolo a.C., si sviluppò la cosiddetta “Cultura di La Tène”, a partire da quella di Hallstatt ma con influenze greche ed etrusche. I Celti nacquero quindi in Svizzera, e da lì arrivarono fino all’Irlanda, all’Asia Minore, a Gibilterra.

LA VITA DEI CELTI
I Celti, che fossero essi Galati, Galli, Britanni o Lusitani (gruppi molto distanti fra loro), condividevano caratteristiche comuni, già visibili nel modo in cui venivano presentati da Greci e Romani: nel gruppo scultorio del Galata suicida e nella statua del Galata morente, di età ellenistica, i Galati sono rappresentanti nudi (forse per esaltare il loro lato barbarico), con il torque al collo, i baffi (poco o per nulla usati da Greci e Romani) e i capelli relativamente lunghi. Le ultime due sono caratteristiche descritte anche da Cesare a proposito dei Galli, i quali vivevano a circa 1500 km di distanza dai Galati, mentre la nudità era tipica dei Britanni e dei Germani: i Galli infatti, per via dei contatti con la civiltà romana e greca, si vestivano in un modo che potrebbe vagamente ricordare (e non per caso) l’abbigliamento del Medioevo: utilizzavano infatti i pantaloni, i quali erano sconosciuti al mondo mediterraneo, e una sorta di camicia (oppure una normale tunica), oltre al torque, quasi d’obbligo per i capi.
Ora che possiamo immaginare i Celti fisicamente, inquadriamoli nel loro ambiente.
I Celti, soprattutto i Galli, vivevano in villaggi dall’aspetto “primitivo”: raggruppamenti di capanne molto semplici spesso senza strade. Ciò è dovuto al fatto che i Galli, come sottolineato spessissimo dai Romani, che del fatto si stupivano, erano una popolazione incorrotta dalle ricchezze e dalla competizione, con desideri assolutamente necessari quindi, e non superflui. Non erano, insomma, “viziati” come Greci e Romani, fatta eccezione per le regioni che da questi ultimi sono state più influenzate.
Tuttavia, esistevano anche città fortificate, le cosiddette “oppida” (“dunos” in gallico, poiché tali città erano spesso costruite sulla cima di una collina (duna); i castelli cosiddetti “motte and bailey” dell’Inghilterra medievale derivano proprio dalle città fortificate celtiche).
Come testimonia Cesare nel terzo e più ampio excursus etnogeografico del De bello Gallico, i Celti tendevano a creare intorno alle città uno spazio aperto il più ampio possibile, senza boschi e ostacoli, perché l’oppidum fosse più sicuro e anche perché ciò era segno di potere.

LA SOCIETÀ
Come ogni civiltà indoeuropea che si rispetti, anche i Celti basavano la propria società sull’ideologia tripartita, ossia sulla divisione di essa in tre parti: religiosa, guerriera e “popolare”: quelli che nel Medioevo erano oratores, bellatores e laboratores (letteralmente “pregatori, combattenti, lavoratori”) nel mondo celtico erano druidi, cavalieri e, per usare un termine romano e cesariano, “plebe” (De bello Gallico, VI, 13).

LA RELIGIONE
338548I druidi, esentati da ogni compito sociale (tassazione, servizio militare eccetera) erano i sacerdoti dei Celti, specialmente dei Galli. Tuttavia, la loro funzione non era esclusivamente religiosa: essi infatti erano anche i maestri dei giovani, ai quali impartivano lezioni, anche di poesia, rigorosamente mnemoniche (lo studio avveniva quindi esclusivamente a memoria, nonostante i druidi conoscessero l’alfabeto greco e, nelle regioni più settentrionali, l’alfabeto runico).
Ma quali erano le divinità celtiche?
Ovviamente, la religione era politeistica: credevano in divinità della natura, come Teutates (corrispondente al Mercurio romano e all’Hermes greco), Esus (Marte/Ares), Taranis (Giove/Zeus; si noti l’onomatopea del nome con il suono del fulmine), Belenus (Apollo) e Belisana (Minerva/Era).
Inoltre, compivano sacrifici: ritenevano che per salvare la vita di un uomo fosse necessario sacrificare la vita di un altro. A tale scopo, costruivano in vimini intrecciati delle statue di immane grandezza (De bello Gallico, VI, 16) che riempivano di uomini vivi (generalmente criminali o comunque disprezzati dai più) e a cui poi appiccavano fuoco, sacrificando così alcuni uomini “inutili alla società” per salvarne altri.

LA GUERRA
2C6sRMeI Galli erano guerrieri formidabili, dal coraggio incommensurabile: Cesare affermava che un tempo erano addirittura più forti dei Germani, dai quali subivano repentini attacchi.
Andavano a combattere senza armatura: erano equipaggiati esclusivamente con una spada lunga, uno scudo circolare assai piccolo, e solo in alcuni casi con un elmo. Era quindi il loro un modo di combattere semplice, diverso da quello dei Germani, che era invece più pensato e basato sul massacro puro.
Facevano raro uso di cavalli (“Epos” in gallico) ma quando se ne servivano, non utilizzavano selle (poiché per loro vergognoso e segno di scarso valore) né staffe (poiché invenzione medievale, come il ferro per gli zoccoli). Inoltre, il cavallo era utilizzato solo per il trasporto nel pieno della battaglia: infatti, una volta giunti sul luogo dello scontro, scendevano e preferivano combattere a piedi.

PARENTESI ANTROPOLOGICA
Molti sono i discendenti dei Celti nel mondo odierno, riscontrabili soprattutto in Nord Italia, Francia, Fiandre, Scozia, Irlanda, Galles e Inghilterra (dove però hanno subito un mescolamento con gli Anglosassoni, che erano Germani). Ma come riconoscere un discendente dei Celti?
Innanzitutto, i Celti (“Keltic” in antropologia fisica) sono generalmente meno biondi degli altri nordici, e il loro colore dei capelli è di solito castano, biondo scuro o rosso. Sono mesocefali, hanno cioè la parte alto-posteriore del cranio ben poco allungata; la fronte è bassa e inclinata, il mento piccolo e “sfuggente”. Alcuni Keltic inoltre presentano due “rughe” oblique a circa 1-2 centimetri dalla bocca, ben visibili ad esempio in Ken Follett e in Nigel Farage.

Articolo di Daniele Bonino

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