L’alba al cimitero. Stefano Puliti

                                                                L’alba al cimitero

Novembre 1943

“Allora, riepiloghiamo ancora.”
Il comandante Luca era concentratissimo e calamitava le attenzioni di tutti. Nella piccola stanza semibuia il silenzio era
totale, interrotto solo dalla sua voce. Tutti i suoi uomini erano tesi, con la determinazione di eseguire tutto alla
perfezione, ma anche con l’ansia e la paura per quello a cui stavano preparandosi.
“Il convoglio delle SS arriverà attorno alle prime luci dell’alba; alle cinque, cinque e mezzo. E’ un convoglio importante,
saranno circa 120 uomini, a piedi, due piccoli cingolati con mitragliatore, uno in testa e uno in coda, due automobili con
gli ufficiali e i sottufficiali a precedere il cingolato di coda. Un paio di sidecar vanno avanti, pattugliano le zone da
attraversare e fanno la spola con il convoglio, per dare il via libera.”
Muoveva dei pezzi di legno sul tavolo a simboleggiare i mezzi e gli uomini tedeschi.
“Provengono da sud ed entreranno in città da Ponte Volpe. E’ un convoglio molto lento e sulla salita del cimitero
andranno anche più lentamente. Noi li aspetteremo lì. Sulla sinistra della salita: 4 nidi di mitragliatrice. Io sarò nel primo,
Massimo al secondo, Andrea al terzo e Giulio al quarto, quello più vicino alla città. Ai nastri delle munizioni, e
comunque pronti per qualsiasi evenienza, Giancarlo, Marco e Gabriele. Patrizia starà con me; è l’unica che sa il tedesco e
potrebbe tornare utile.”
Era vero ma non era quello l’unico motivo; lui e Patrizia non volevano separarsi per un’operazione così rischiosa,
avevano deciso che avrebbero condiviso tutto delle loro vite. La guerra divideva, creava odio e distruzione ma anche forti
legami, di amicizia e amore.
“Nessuno dovrà fumare, parlare, muoversi, respirare.” Continuò Luca. “L’inizio dell’agguato sarà dato dai colpi della mia
mitragliatrice, quando saranno a mio tiro le auto e l’ultimo cingolato. Dopo di me inizierete a sparare tutti. Nessuno spari
fino a che non udirà i colpi della mia mitragliatrice! Ognuno tirerà a quelli più vicini.”
Fece una pausa e aspirò una boccata dal sigaro.
“Noi saremo sulla loro sinistra. A destra avranno il muro del cimitero. Hanno solo una via di fuga: tornare indietro.
Quando Giulio non avrà più a tiro nessuno smobiliterà e si piazzerà in alto, dove la strada scollina, a coprire la ritirata.
Poi via via tutti gli altri. Io sarò l’ultimo. Quando io raggiungerò la posizione di Giulio lui azionerà il detonatore per far
saltare la strada ed eventuali nostri inseguitori. Sono tanti, logicamente dopo i primi secondi, risponderanno al fuoco,
lanceranno bombe. Se non avremo colpito le mitragliatrici sui cingolati saranno problemi grossi; sono i primi bersagli.
Importante, ripeto: nessuno scontro a fuoco prolungato in ogni caso. Ne falciamo il più possibile e poi via. Ricordate,
arrivano da lontano, dal campo di aviazione, saranno molto stanchi, e li coglieremo di sorpresa, ma sono tanti e ben
armati.”
Guardò uno per uno tutti gli uomini. E’ tutto chiaro?
“Chiarissimo.” Rispose Giancarlo.
“Di più.” Incalzò Luca. “Dovete sapere a memoria il piano, come il Padrenostro!”
“Che razza di comandante comunista sei?” Intervenne Massimo. “Io il Padrenostro non lo so!”
Ci furono delle risate ad alleviare la tensione.
“Dopo la ritirata, ci nasconderemo, noi e le armi, nelle tombe che abbiamo preparato. E’ tutto.” Concluse Luca.
“Io però vorrei sapere una cosa.” Era Roberto a parlare, il più giovane di tutti, ancora un ragazzino. “Sino a quando dovrò
aspettare per far parte di un’azione? Io devo sempre e solo fare il piantone alle tombe.”
“Roberto, non è proprio il momento!” Lo zittì Andrea.
“Ragazzi, nessuna litigata. Calmi e concentrati.” Stoppò la polemica fra i due, sul nascere, Luca.
“Sono le tre.” Concluse. “Andiamo e in bocca al lupo!”
Partirono, gli otto prescelti per l’azione, camminarono nel buio delle campagne, parallelamente alla via che costeggiava il
cimitero, dove sarebbe scattato l’agguato, e raggiunsero le postazioni già studiate e sistemate a dovere nei sopralluoghi
delle notti precedenti.
Si sistemarono, in silenzio, tutti al proprio posto, nascosti nella vegetazione, i volti completamente anneriti dalla
fuliggine. Erano da poco passate le quattro. Ora c’era solo da aspettare, forse più di un’ora. Era un’attesa estenuante,
l’adrenalina cresceva e i pensieri inevitabilmente andavano ai propri cari che avevano salutato la mattina e che avevano
messo in conto di non poter vedere più.
Giancarlo si puliva continuamente gli occhiali. Gabriele sbuffava in continuazione. Giulio continuava a spostarsi i capelli
da davanti agli occhi. Ognuno evidenziava in maniera diversa la tensione, l’ansia e forse la paura. Si faceva parte del
gruppo, indissolubilmente legati, come una cosa sola, ma in quei momenti, dentro si era soli, con i propri pensieri, con le
proprie paure e le proprie speranze.
Luca fissò Patrizia, lei gli regalò un sorriso. Lui le accarezzò i capelli consapevole che poteva essere l’ultima volta. Per
un attimo la paura dello scontro a fuoco, la paura di perderlo o di perdere la guerra, fu sostituito dalla paura di perdere lei,
di perdere il loro stare assieme, di perdere quel noi che era ormai nato. Si chiese mentalmente, con dolore, perché fosse
toccato a lui, a loro, vivere quel momento storico, essere lì, nascosti nei cespugli, a rischiare la vita, in una fredda e
indifferente notte novembrina. Maledisse quella sensibilità, quella passione, quella voglia di giustizia, di libertà, che gli
regalavano la responsabilità di quello che stava facendo, lo costringevano in quell’imboscata, lui e i suoi amici, quella
che avrebbe voluto fosse la donna della sua vita, a rischiare le loro giovani vite, ad essere determinati a toglierle ad altri
giovani come loro. Desiderò, in quel lungo attimo, di non essere lì, di essere nel tepore di un letto morbido, con il corpo e
la mente pieni solo di lei.
Respirò a fondo, guardò in alto, verso il cielo muto, non rinnegò i suoi pensieri, li mise da parte, in un angolo della mente
dove soggiornano le debolezze umane, belle e comprensibili, si concentrò sull’azione che avrebbe affrontato da lì a poco
e si sentì ancora più forte e orgoglioso di farne parte.
I minuti passarono lentamente, era freddo, ma gli uomini non lo sentivano. Le mitragliatrici sui cavalletti, le strisce di
munizioni, i caricatori erano stati controllati decine di volte. Tutto era a posto. Il silenzio della campagna, lì appena fuori
della città, era totale.
Il nero del cielo piano piano si attenuò, le stelle iniziarono a perdere un po’ di luce. Qualche gallo cantò dalle fattorie non
lontane.
Finalmente, giù verso Ponte Volpe si sentirono i rumorosi motori dei cingolati e si iniziarono a vedere le luci dei mezzi
della colonna tedesca.
“Ci siamo.” Sussurrò Luca a Patrizia.
I tedeschi si avvicinavano piano poi la colonna fu superata velocemente da un sidecar che iniziò la salita, passò sulla
strada davanti a loro. Il faro della moto era azzurrato, faceva poca luce e non riusciva ad illuminare la strada ma tutti
ebbero la sensazione di essere sotto un potente riflettore. Il cuore di ogni partigiano pompava al massimo. Senza rendersi
conto, stavano tutti trattenendo il respiro. Il sidecar con i due tedeschi arrivò in cima alla salita, fece inversione e tornò
giù. Uno dei due soldati disse qualcosa e quello alla guida rise di gusto.
“Ha detto: ‘Bella città; la prima cosa che si incontra è il cimitero’.” Tradusse Patrizia sottovoce.
Il primo cingolato iniziò la salita, tra poco sarebbero iniziati i fuochi. Poi improvvisamente si fermò e si fermarono i due
plotoni di uomini dietro di lui. Ci furono delle grida.
“Cosa è successo?” Chiese Luca.
“Si è spento il motore.” Rispose Patrizia. “Sembra che non vada più.”
Un ufficiale dalla macchina urlò un paio di ordini.
“Ha detto di proseguire comunque, di passargli di fianco.” Tradusse Patrizia.
I plotoni si ruppero e gli uomini, alla spicciolata passarono. Le auto e l’altro cingolato si fermarono in coda, sembrava
non ci fosse abbastanza spazio per passare.
“Cazzo!” Fu tutto quello che disse Luca.
I soldati salivano e i plotoni si andavano ricompattando dietro gli ordini dei graduati. Stavano salendo, lentamente ma
inesorabilmente, i primi uomini erano ormai quasi davanti al quarto nido, quello di Giulio, e i cingolati e le auto
restavano ai piedi della salita, lontani, impossibile colpirli.
“Ma cosa aspetta?!” Sussurrò con un bisbiglio Andrea.
Luca era indeciso, tutta l’operazione stava per fallire. Stava comunque per premere il grilletto anche se i mezzi erano
lontani. Avrebbero sparato ai soldati ma era molto pericoloso; il cingolato in salvo, quello funzionante sarebbe venuto in
soccorso e l’altro si sarebbe comunque salvato, ma non poteva fare altrimenti. Un piccolo imprevisto e tutto era diventato
terribilmente rischioso, tutto sembrava compromesso. Improvvisamente il secondo cingolato, le auto e i sidecar
passarono di fianco al mezzo fermo, evidentemente lo spazio c’era e a tutta velocità stavano raggiungendo gli uomini in
marcia, la situazione si era sbloccata.
Luca attese un paio di secondi, poi fece finalmente fuoco sul cingolato. In una frazione di secondo, con riflessi
velocissimi, tanto erano tesi i suoi compagni, tutte quattro le mitragliatrici iniziarono a sputare fuoco. Fu un esplosione
assordante di spari che squarciò il silenzio. La timida alba fu illuminata dal fuoco dei quattro mitragliatori, i soldati
cadevano come birilli, erano tante le bocche aperte, urlanti, che, come in un film muto, non emettevano alcun suono,
coperte dal frastuono dei colpi. Le due auto erano completamente distrutte dai colpi di Luca, all’interno le sagome degli
ufficiali erano accasciate l’una sull’altra. Il cingolato con la mitragliatrice era abbandonato, il suo equipaggio morto.
Dopo i primi secondi, la confusione fu totale tra i soldati tedeschi, come previsto, i superstiti erano in fuga e, fuggendo,
sparavano verso le luci dei mitra. Una granata esplose davanti al nido di Andrea; fu un forte boato che alzò un monte di
terra. Il mitra di Andrea non sparò più. Gli altri continuavano, poi Giulio e Gabriele lasciarono la postazione, subito
seguiti da Massimo e Giancarlo. Luca era rimasto a sparare, ma ormai i tedeschi erano tornati troppo indietro, si stavano
riorganizzando e avevano iniziato a sparare copiosamente. Partirono anche lui e Patrizia.
Correvano su per la salita quando si accorsero che dietro loro, completamente coperti di terra e leggermente zoppicanti
salivano anche Andrea e Marco.
“Ci sono!” Urlò Luca. “Sono vivi!”
“Vaffanculo!” Rispose Andrea mentre correva a fatica.
Arrivarono alla postazione di Giulio. Erano tutti senza fiato. Le orecchie fischiavano incredibilmente, riuscivano a
sentirsi a malapena. Andrea e Marco continuavano a controllarsi addosso; volevano essere sicuri di essere interi.
“Via, via! Via tutti!” Urlò Giulio “Viaaaaa! Ci penso io!”
“Dai cazzo, falla saltare!” Urlò anche di più Luca.
“Aspetta, non viene su nessuno!”
Andrea e Marco corsero via.
“Falla saltare! E’ lo stesso!” Insistette Luca.
Improvvisamente, dopo aver compiuto un difficile slalom fra i tanti corpi a terra, videro arrivare uno dei sidecar, a tutta
velocità seguito dal cingolato che era scampato all’agguato e che ora era ripartito. Più indietro stavano arrivando di corsa
molti soldati.
“Daiiiiiii!!!” Urlò Luca.
Giulio premette la leva. Il boato fu enorme; la strada si alzò, il sidecar fu proiettato in avanti e i corpi dei due occupanti
caddero come due fantocci. Il cingolato si riversò sul fianco. Un’immensa nuvola di terra e polvere impediva di vedere i
soldati a piedi.
Giulio, con l’adrenalina ai massimi livelli, si mise in piedi in mezzo alla strada e scaricò con raffiche lunghissime, quello
che restava delle sue munizioni verso la nuvola, urlando a squarciagola.
“Andiamo, via!” Urlò Luca e lo prese per un braccio.
Erano tutti. Solo un paio di feriti lievi. L’operazione ‘L’alba al cimitero’ era stata un successo oltre ogni aspettativa.
Non saprebbero raccontare, nessuno di loro, come raggiunsero le tombe dall’altra parte del cimitero. Ognuno entrò in uno
dei loculi vuoti che si erano assegnati nei giorni precedenti. Nessuno sarebbe riuscito a chiudere occhio neanche per un
minuto.
Luca e Patrizia si nascosero assieme, nella piccola cappella vuota, appena costruita, alla fine del nuovo vialetto di giovani
cipressi piantati da pochi mesi, stettero abbracciati per tutto il tempo e quel macabro rifugio, in quell’alba pericolosa,
sembrò loro il più romantico dei giacigli.

Agosto 2015

Il bar era semivuoto, la città si era svuotata per le ferie, ma il caffè che avevano preso era forte, caldo e piacevole come
nelle giornate invernali all’ora di punta.
“Sai cosa facciamo? Andiamo a trovare nonno Luca e nonna Patrizia?” Propose Cinzia al fratello maggiore, dopo aver
pagato alla cassa.
“Dai, perché no?” Rispose Matteo. “A loro farà sicuramente piacere.”
Era una delle estati più calde che avessero mai vissute. L’aria condizionata della macchina, in quel breve viaggio dentro
la città, stava combattendo una difficile battaglia contro la temperatura elevata.
“Quando penso che stanno dove hanno trascorso le prime notti assieme, da giovani fidanzati, mi commuovo.” Disse
Cinzia.
“Sì, è vero, è bello che stiano lì. Certo che voi donne siete sempre così romantiche…” Rispose Matteo prendendola in
giro. “Io mi entusiasmo di più al pensiero delle loro azioni da partigiani e mi commuovo al pensiero che un pizzico del
merito della nostra libertà sia anche loro.”
Parcheggiarono facilmente, complice il caldo e le ferie, non ebbero difficoltà a trovare posto. Percorsero a piedi l’ormai
familiare vialetto all’ombra degli alberi imponenti.
Alla fine del vialetto di cipressi, ora così alti, la loro piccola cappella di famiglia.
Sul marmo, poche parole: “Luca e Patrizia riposano qui, per sempre, dove trovarono rifugio e trascorsero la loro prima
alba delle tante vissute assieme.”

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