Economia del Regno delle Due Sicilie

Regno arretrato o all’avanguardia?

Al momento dell’Unità d’Italia, nel Regno delle Due Sicilie furono ritirati 443,3 milioni di monete di vario conio, di cui 424 milioni d’argento, pari al 65,7% di tutte le monete circolanti nella penisola.[1]

regno delle due sicilie.jpg

Golfo di Napoli, XVIII secolo

La grande quantità di monete è però un indice solo apparente della ricchezza del paese borbonico. Infatti era frutto della politica economica mercantilistica voluta da Ferdinando II di Borbone. Nel 1830, quando ascese al trono, il deficit del Regno delle Due Sicilie ammontava a 1.128.167 ducati. Il nuovo re ottenne il pareggio di bilancio attuando numerosi tagli alle spese di corte, ed in seguito ridusse il peso fiscale. Pur di mantenere sempre all’attivo la bilancia economica, senza ricorrere all’innalzamento della pressione fiscale, venne di fatto abolita ogni spesa per la costruzione di infrastrutture. Nel 1860, erano presenti solo 14.000 km di strade, contro i 28.000 km della Lombardia, 4 volte più piccola.[2]

Secondo la Relazione Massari del 1863, ben 1.321 comuni su 1.848 nel Mezzogiorno continentale erano privi di rete stradale. Le poche strade presenti, inoltre, erano colpite frequentemente dai briganti, fenomeno endemico nel Mezzogiorno fin dall’occupazione spagnola del XVI secolo.[3]Anche se fu il primo Stato in Italia ad avere una linea ferroviaria, nel 1861 c’erano 181 km di ferrovia, di cui nessuna in Sicilia. In tutta Italia però le ferrovie percorrevano una distanza di circa 2520 km.[4]

Istruzione e sanità

Nel 1859 si contavano appena 2.010 scuole primarie con 39.881 allievi, 27.547 allieve e 3.171 maestri, su una popolazione di oltre 9.000.000 di abitanti. al momento dell’Unità il numero degli analfabeti si aggirava nel Regno in media intorno al 70-75%[5], anche se secondo alcuni studiosi l’indice arrivava al 90%. [6] Invece il sistema sanitario era tutto sommato niente male: in tutto il regno vi erano 80 ospedali, in prevalenza allestiti nei monasteri dove, durante l’occupazione spagnola, il clero si occupava dell’assistenza medica. Vi erano inoltre 9.390 medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, contro ai 7.087 medici e chirurghi per i 13 milioni di abitanti del Settentrione. Ciononostante, vi furono 170 mila morti nel 1836-37 per l’epidemia di colera, causata dalle pessime condizioni igieniche e dalla mancanza di impianti di scarico fognario e a volte addirittura di acqua.[7]

Esercito ed industria

Guardia_napoli_1827.pngLe spese militari erano ingenti.[8] ll Real Esercito nel 1860 contava circa 70.000 soldati di professione e a ferma prolungata, 20.000 soldati di leva e circa 40.000 riservisti (ultime 5 classi di leva pronte al richiamo). L’Armata di Mare invece poteva fare affidamento su circa 6.500 marinai di professione, 2.000 marinai di leva, più di 90 navi a vela e 30 navi a vapore.[9] La grande attenzione prestata alle forze armate ebbe l’effetto positivo di creare una buona industria pesante nel Regno delle Due Sicilie. Le Officine di Pietrarsa, il bacino di carenaggio dell’Arsenale di Napoli, il cantiere navale di Castellammare di Stabia, gli opifici di Mongiana e la Fabbrica d’armi di Torre Annunziata prosperarono grazie alla continua richiesta di materiali militari. Nel 1861 nel Regno delle Due Sicilie vi erano circa 5000 operai impegnati nel settore siderurgico e/o bellico. In Sicilia vi erano importanti miniere di zolfo, date in appalto ad una compagnia britannica.[10] La tecniche di estrazione usate erano però molto arretrate, tanto che un terzo dello zolfo andava perduto.[11] Importante era anche il settore tessile (Valle del Liri, San Leucio, Piedimonte d’Alife); impiantato da numerosi imprenditori svizzeri. Come nel resto d’Italia, l’industria nel Regno delle Due Sicilie ebbe a soffrire varie deficienze strutturali: la scarsezza di materie prime quali il carbon fossile e ferro, la mancanza di capitali (principalmente investiti in rendite fondiarie e titoli di stato), la mancanza di una educazione tecnica degli operai che relegava l’attività manifatturiera principalmente all’ambito artigiano e casalingo, e la scarsezza del mercato interno del regno stesso.[12]

Regno_delle_Due_Sicilie

estensione del regno delle due Sicilie

Inoltre non vi erano norme a tutela delle condizioni lavorative: l’operaio non aveva il diritto di protestare per ottenere migliori condizioni di lavoro e lo sciopero poteva essere punito dalla legislazione borbonica come “atto illecito tendente al disturbo dell’ordine pubblico”.[13] L’agricoltura, dominante nello Stato borbonico come nel resto d’Italia, di basava sulla produzione di grano, orzo, avena, patate, legumi e olio. Importanti erano anche le coltivazioni di agrumi e di molte altre piante idonee al clima mediterraneo, quali l’olivo e la vite. Lo sviluppo tecnico agricolo nei latifondi lasciava molto a desiderare, a causa del disinteresse del latifondista. I metodi di coltivazione usati erano talvolta superati da secoli, come la rotazione biennale[11]. Durante l’epoca napoleonica il nuovo regime intraprese un’energica campagna contro il latifondismo e il feudalesimo, provocando così la nascita di un ceto borghese nelle campagne. La nuova borghesia agricola lottò per prendere il sopravvento contro la vecchia aristocrazia latifondista, fallendo a causa del sostegno della monarchia assolutista nei confronti di quest’ultima. In questo modo il ceto medio divenne la classe sociale più ostile alla dinastia, trasformandosi nella spina dorsale dei movimenti costituzionali ed unitari protagonisti della dissoluzione del reame nel 1860.

Articolo di Mattia Tuccelli

Fonti:
[1]Francesco Saverio Nitti, L’Italia all’alba del secolo XX.
[2]http://www.150anni.it/webi/index.php?s=37&wid=103
[3]Raffaello De Cesare, La fine di un Regno https://archive.org/stream/lafinediunregnon02deceiala#page/114/mode/2up
[4] Svimez, 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud.
[5] http://www.150anni.it/webi/index.php?s=35&wid=93
[6] Italiano e dialetto dal 1861 a oggi, di Pietro Trifone http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Trifone.html
[7] https://archive.org/stream/lafinediunregnon02deceiala#page/116/mode/2up
[8] “L’esercito, e quell’esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe dell’Oriente.” Giustino Fortunato – IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO – Discorsi Politici (1880-1910).
[9] Lamberto Radogna, Storia della Marina Militare delle Due Sicilie.
[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_degli_zolfi
[11] Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997.
[12] D. Demarco, Il crollo delle Regno delle Due Sicilie. La struttura sociale e Angelo Massafra, Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni.
[13] Tommaso Pedio, Industria, società e classe operaia nelle province napoletane nella prima metà dell’Ottocento.

 

8 pensieri su “Economia del Regno delle Due Sicilie

  1. Si vede che l’articolista, pur in buona fede, utilizza fonti parziali e superate (da wikipedia al vecchissimo Mack Smith). Per sapere come erano le finanze, i redditi, il pil, le industrie o l’agricoltura nelle Due Sicilie (livelli pari o superiori a quelli delle altre regioni italiane) basterebbe dare un occhio a ricerche anche accademiche più recenti e aggiornate. A disposizione gratuita per eventuali visite guidate nell’Archivio di Stato di Napoli tra i fasci del Ministero Agricoltura Industria e Commercio o del Ministero Finanze. Intanto si potrebbe suggerire una lettura di Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Collet, Tanzi, De Matteo, Federico o Di Rienzo, Saluti.

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    • Ottimo articolo , documentato e dettagliato . Mi permetto di citare Salvemini che scriveva: “Ovunque la povera gente viveva in “miserabili tuguri coperti per lo più di legna e paglia, di cui l’interno non offriva che oscurità e fetore, miseria e squallidezza, dove un tetto solo di cattiva paglia accoglieva la famiglia e gli animali domestici; i più agiati con un graticcio di ferro coperto di fanto, dividevano gli animali dagli uomini; si cibavano di pane di fromentone e di erbe condite con sale e olio; dormivano a terra nuda e mangiavano gramigne”.

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  2. Ottimo articolo , documentato e dettagliato . Mi permetto di citare Salvemini che scriveva: “Ovunque la povera gente viveva in “miserabili tuguri coperti per lo più di legna e paglia, di cui l’interno non offriva che oscurità e fetore, miseria e squallidezza, dove un tetto solo di cattiva paglia accoglieva la famiglia e gli animali domestici; i più agiati con un graticcio di ferro coperto di fanto, dividevano gli animali dagli uomini; si cibavano di pane di fromentone e di erbe condite con sale e olio; dormivano a terra nuda e mangiavano gramigne”.
    Ancora, il Salvemini osservava sulla politica economica dello stato borbonico: “Lo scarso valore morale della borghesia, la mala disposizione del popolo, erano aggravati e inveleniti dalla povertà del paese, povertà naturale e povertà artificiale, per la mancanza di strade e di altre opere pubbliche, la qual cosa complicava il problema dell’educazione politica nell’Italia meridionale”
    Questo importante studioso riportava poi osservazioni incisive sulla mancanza d’infrastrutture, che comprendeva persino i cimiteri: “Nella città di Napoli […] il cimitero destinato alle classi povere consisteva in tanti carnai quanti erano i giorni dell’anno. I cadaveri, in media 200 al giorno, erano portati al cimitero in carri municipali, come spazzatura, e buttati alla rinfusa nel carnaio della giornata, che era chiuso per essere riaperto e riempito l’anno dopo. Nella provincia di Potenza i cimiteri erano sconosciuti. I benestanti avevano le tombe di famiglie nelle chiese […] I poveri erano portati a seppellire e […] buttati giù a imputridire alla rinfusa nel carnaio comune […] Vi erano luoghi in cui i poveri erano buttati in voragini il cui fondo era sconosciuto, oppure erano abbandonati senz’altro fra le erbacce dei così detti cimiteri; i cani vi si raccoglievano per far festino”

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    • Grande! Una fonte davvero inedita e nuova: Salvemini! Intanto, però, economisti, nuovi meridionalisti e docenti universitari viventi e contemporanei (Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Davis, Federico, Tanzi, Collet, De Matteo ecc, ecc, ecc,) sostengono tesi del tutto diverse con la descrizione di un Regno delle Due Sicilie a livelli pari o superiori a quelli delle altre regioni italiane per pil, redditi, finanze, depositi bancari o industrie. “Anti-borbonici di tutto il mondo: aggiornatevi!”.

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      • Certamente tutto sarebbe molto piu’ semplice se da qualche tempo non ci fossero gruppi organizzati che hanno come scopo dellaloro vita quello di raccontare balle , Non credo che sia necessarie e utile fare le lista delle balle , talmente grosse da risultare poi facilissimamente smentibili ma restamo sul tema della discussione –

        I numeri sono noiosi, ma quando si contano i soldi, cioè la ricchezza di una società, non si possono sostituire con la fantasia o con la nostalgia”. E’ questa una considerazione tratta dal volume di Antonio Caprarica C’era una volta in Italia, espressa dall’autore nell’analizzare le tristi condizioni di arretratezza di ordine politico, economico e sociale del Regno delle Due Sicilie nel 1860, in rapporto a quelle del restante territorio italiano.

        Ed i numeri ci indicano un dislivello tra il Nord e il Sud della Penisola, non solo in termini prettamente economici e sociali, ma in relazione a quello di ordine culturale, specificamente il livello di alfabetizzazione.

        Novantanove chilometri di ferrovia decantati con una Calabria completamente priva.

        Tali erano le infrastrutture del Regno dei Borbone nell’anno dell’Unità, a confronto degli 850 km di strade ferrate del Piemonte, di 607 del Lombardo- Veneto, di 323 del Granducato di Toscana, i 132 dello Stato pontificio. Il piccolissimo ducato di Parma ne poteva vantare 99, la stessa cifra dell’esteso territorio delle Due Sicilie. La stessa triste arretratezza si ritrova in relazione alla viabilità ordinaria.

        “Anche la tanto vantata industrializzazione- continua Caprarica – appare tardiva e limitata”. Seguono le cifre che dimostrano la triste realtà lasciata in eredità allo Stato italiano dai Borbone nel settore della seta filata e tessuta con un misero 3,3% dell’ex Regno borbonico contro l’88% di produzione al Nord e con il rimanente 8.7% nel Centro.

        I 70.000 tanto decantati fusi di cotone rappresentano solo un misero 15% rispetto al 43% di Piemonte e Liguria, il 27% della Lombardia e il 7% del solo Veneto.

        Nel settore dell’industria metalmeccanica gli addetti sono, nel 1861, 11.177 nell’intera Penisola e di questi il 21% lavorano nell’ex Regno delle Due Sicilie contro il 38% del Piemonte e della Liguria, il 24% del Veneto e della Lombardia.

        Il giovane storico Emanuele Felice, in un recente studio, “Perché il Sud è rimasto indietro” racconta di come le ragioni dell’immobilismo del Regno borbonico fossero state evidenziate bene dal dissidente Antonio Scaloja, che era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel regno liberale del 1848, e poi condannato all’esilio.

        Lo stato di decadenza ed arretratezza finì per accentuarsi proprio dopo la reazione che seguì ai moti del 1848.

        E’, tuttavia, in relazione alla cultura, all’alfabetizzazione che nel Regno borbonico, in quel territorio che aveva i più grandi pensatori apprezzati in Europa e nell’America del Nord, che si rimarca l’estremo stato di arretratezza .

        Ci riferiamo in particolare a Antonio Genovesi, a Pietro Giannone e soprattutto al grande Gaetano Filangieri la cui Scienza della Legislazione, pubblicata nel 1780 in sette volumi aveva ispirato la Costituzione degli Stati Uniti.

        Il divario tra Nord e Sud risulta umiliante per il Sud in rapporto all’alfabetizzazione.

        Nel 1861, nel Mezzogiorno solo 14 cittadini su 100 sapevano leggere e scrivere, mentre nel Centro – Nord si arrivava a 37 cittadini su 100. Il tasso di scolarità ci indica una situazione persino peggiore, per cui su 100 bambini in età fra i 6 e 10 anni, solo 17 andavano a scuola, mentre nel Centro-Nord la percentuale si attestava al 67%.

        Come fa notare Emanuele Felice, dieci anni dopo l’Unità, la situazione migliorò in maniera sensibile e i bambini del Sud che andavano a scuola erano il 35% contro il 75% del Centro- nord, ma con un significativo recupero del livello di alfabetizzazione, “ nel 1861 al Centro – Nord i due terzi dei bambini – anche quindi la gran parte dei figli delle classi popolari – andavano a scuola: veniva loro insegnato (almeno) a leggere, scrivere e far di conto, vale a dire gli strumenti minimi per stare al mondo, nel nuovo mondo industriale che si annunciava”.

        Precisamente nel Piemonte e in Lombardia il 90% dei bambini erano scolarizzati e anche i più poveri potevano usufruire dell’istruzione di base.

        Nel Regno borbonico l’istruzione era stato un privilegio di pochi delle classi agiate a tal punto che solo il 5% degli analfabeti mandava i figli a scuola.

        Di tale miseria” morale”, non solo economica – conclude Emanuele Felice – “non è affatto vero che nel nuovo regno appena formatosi non vi fosse preoccupazione”.

        Al contrario, in conseguenza del processo di unificazione nazionale il problema del divario culturale fra Nord e Sud fu sentito ed affrontato nelle sedute parlamentari dei governo liberale italiano, sia dagli scranni della Destra storica che da quelli della Sinistra storica.

        Ma senza volere prendere posizione per questa o quella versione , una cosa e’ certa : senza strade , ferrovie non e’ possibile nessun sviluppo –

        Riferimenti Bibliografici

        Antonio Caprarica- C’era una volta in Italia- 2011

        Emanuele Felice – Perchè il Sud è rimasto indietro- il Mulino- 2013

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      • Bottin Bottin… Lei che si ritiene un esperto di storia (e gira a sentenziare a destra e a manca per blog e siti) che mi fa? Mi cade sulle fonti? Per confutare le nostre tesi (il Sud preunitario per pil, redditi, industrie, finanze ecc.vantava livelli pari o superiori a quelli del resto d’Italia) mi cita Caprarica (un giornalista televisivo) e Felice (smentito dalle sue stesse fonti principali -Daniele e Malanima- e definito dagli stessi “degno degli scaffali della pubblicistica e non degli studi di economia”: cfr. RSE 1/14). Migliori le sue fonti i suoi studi e ne riparliamo. Non deve replicare a me ma a Daniele, Malanima, Fenoaltea, Ciccarelli, Collet, Tanzi, De Matteo, Federico o Di Rienzo ecc. ecc. E magari, visto che si trova, replichi anche a Davis, uno dei maggiori studiosi accademici nel mondo il quale ha scritto una lapide che dovrebbe copiare e incollare sulla sua bacheca: “La tesi della arretratezza delle Due Sicilie è una invenzione degli storici” (in particolare di Benedetto Croce) (cfr. Napoli e Napoleone, ediz. 2014). La saluto divertito e nella speranza che, dopo studi più aggiornati, ci torni a trovare affrontando i dibattiti in maniera adeguata.

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  3. Secondo gli studi di Augusto Graziani, immediatamente prima dell’Unità, il commercio estero del Regno delle Due Sicilie era, per l’ammontare complessivo del controvalore di importazioni ed esportazioni, il secondo tra gli stati preunitari italiani, ma, nel dato pro capite, il più basso (anche nel raffronto con gli stati coloniali e con la parte europea dell’Impero Ottomano). Nel quadro italiano, le province napolitane e siciliane commerciavano, infatti, per 60.000.000 di ducati (il saldo della bilancia commerciale era generalmente attivo)[136], superando in valori assoluti lo Stato Pontificio, con 28.320.000 ducati, e la Toscana, con 57.600.000 ducati; e seguendo il Regno di Sardegna, con 202.320.000 ducati (il regno sabaudo era il maggiore acquirente di prodotti del Regno delle Due Sicilie tra gli stati italiani del tempo[142]), e, con 434.000.000 ducati, l’Impero austriaco (che includeva anche il Lombardo-Veneto)[140]

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