Economia del Granducato di Toscana

La dinastia Asburgo-Lorena fin dal XVIII secolo intraprese politiche di tipo liberista e non protezioniste, al contrario degli altri Stati italiani preunitari. L’agricoltura si basava sul sistema della mezzadria, che coinvolse la popolazione contadina nella produzione terriera dei grandi proprietari. Il podere, inteso come fondo terriero organizzato (culture, allevamento, casa colonica, approvvigionamento idrico, ecc.) divenne l’elemento essenziale del mondo contadino del tempo.

pietro_Leopoldo

Pietro Leopoldo

Si ritiene che all’avvento di Pietro Leopoldo i poderi toscani siano circa 48.000, benché la maggior parte di essi non assicurassero una piena sussistenza ai coloni e alle loro famiglie. La produttività delle campagne toscane era sufficiente al fabbisogno interno, ma non consentiva l’esportazione dei cereali, nonostante la continua opera di bonifica della Maremma e delle altre paludi, con la conseguente messa a coltura di nuovi terreni. La bonifica della Maremma e della Valdichiana, intrapresa ai tempi di Pietro Leopoldo, continuò fino all’unità d’Italia: La spesa totale per la bonifica della Maremma dal 1° Gennaio 1829 al maggio 1859 fu di L. 20.134.119, compresa la spesa per le strade.[1]Una spesa enorme. La libertà di importare e esportare grano, legata alla politica liberistica del governo granducale, non diede grande impulso alla produzione agricola.[2] Apprezzabile è anche la produzione dell’olio un po’ su tutto il territorio, mentre la produzione di vino raggiunge una produttività e qualità apprezzabili solo vero la metà del XIX secolo, tale da renderlo prodotto di esportazione. Altre forme di produzione rurale sono i foraggi e il bestiame nella Maremma. Molto ricca era invece la produzione di legname ricavato dalle foreste della catena appenninica. I tagli erano ben regolamentati e periodici o a rotazione, impedendo l’impoverimento del manto forestale in gran parte di proprietà demaniale o ecclesiastica. Il legname era usato per gli arsenali navali di Pisa e Livorno o per i carbonai. Le attività del settore secondario erano limitate al settore manifatturiero-artigianale. Già dal XVIII secolo si ha la produzione della paglia per fabbricarne i famosi “cappelli di Firenze” poi esportati in tutto il mondo (New York, 1822; Vienna, 1836; Australia, 1855). La produzione tessile e in particolare della seta, benché abbia perso la prosperità dei secoli passati e venga fatta in condizioni di arretratezza dei telai continua a sussistere, anche a causa del divieto di esportazione della cosiddetta “seta soda” (seta greggia); analogamente l’industria del cotone è ormai limitata alle attività domestiche e rurali dei telai casalinghi, se si considera che al tempo di Pietro Leopoldo in Toscana vi sono appena 4.000 telai sparsi nelle comunità rurali, ma nel 1850 nel settore fiorentino c’erano 79 filande per oltre 70 mila libbre di filo.[3] Oltre al settore tessile, esisteva un importante settore minerario. A Montecatini esisteva una miniera di rame che nel 1840 occupava circa 120 operai. Per quanto riguarda il ferro,nell’isola d’Elba dalle miniere di Rio si estraevano nel 1815 13 mila tonnellate di ferro, tanto che Ferdinando III poteva proibire l’importazione di ferro nel granducato. Nell’ultimo decennio del suo regno, Leopoldo II fece compiere al’industria siderurgica toscana innegabili passi in avanti. Nel 1858 la produzione passò a 50 mila tonnellate mentre quella della ghisa passò da 1500 a 10.000.[4] infine che a partire dagli anni Venti si formò in Toscana un sistema creditizio abbastanza moderno, rispetto a quanto esisteva negli altri Stati italiani. Proprio a questo fatto si collegava lo sviluppo di società per azioni rivolte soprattutto alla costruzione di ferrovie e all’attività mineraria.[3] Lo sviluppo delle ferrovie, iniziato nel 1844, fu portato avanti in maniera encomiabile nonostante la difficile orografia toscana, infatti nel 1859 erano presenti 323 km di ferrovie, quasi il doppio di quelle presenti nel Regno delle Due Sicilie.[5] Per quanto riguarda l’istruzione, Fino alla prima metà del XIX secolo non vi è una vera istruzione pubblica, le poche scuole vivono con i sussidi dello Stato o di qualche benefattore e sono male organizzate. Il tassodi analfabetismo è del 74%.[6] Per quanto riguarda la spesa militare, essa è limitatissima. Nel 1836 l’esercito era composto da 7.600 uomini, mentre la marina militare nel 1816, era composta da un brigantino, una goletta, uno sciabecco, quattro cannoniere e tre speronare.[7] Le spese militari erano minime data l’assenza di mire espansionistiche degli Stati vicini (ad esempio lo Stato della Chiesa) e la protezione offerta dagli Asburgo d’Austria.

Articolo di Mattia Tuccelli

Fonti:

[1] Giovanni Baldasseroni, Leopoldo II granduca di Toscana e i suoi tempi, Bologna, Forni, 1967 (rist. anast. Ediz.Firenze 1871), pag 550.
[2] http://www.150anni.it/webi/index.php?s=35&wid=86
[3] Umberto Dorini, L’arte della seta in Toscana, Firenze, Ente per attività Toscane 1928, p. 60
[4] http://www.totalita.it/articolo.asp…
[5] Stefano Maggi, Ferrovia e identità nazionale, “Tutto Treno” n. 248, gennaio 2011, p. 25.
[6] Vera Zamagni, Dalla periferia al centro
[7] http://www.marina.difesa.it/…/storianav…/Pagine/toscana.aspx

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