“La corazzata Potëmkin”: 92 minuti d’applausi per il capolavoro di Ėjzenštejn

Il capolavoro del regista sovietico Ėjzenštejn, «La corazzata Potëmkin», è probabilmente più conosciuto dal pubblico di massa per la celebre frase pronunciata da Paolo Villaggio ne «Il secondo tragico Fantozzi», che non per il significato e la sua importanza nello scenario cinematografico internazionale.
Prodotto per celebrare il ventennale delle rivolte anti-zariste del 1905, «La corazzata Potëmkin» è il secondo lungometraggio di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1898 – 1948), che nel 1924 aveva girato «Sciopero!» all’interno del quale aveva sperimentato i primi esempi di quel “montaggio delle attrazioni” che si concretizza nel celebre accostamento delle immagini della repressione della rivolta operaia e dello squartamento di un bue al mattatoio.

«La corazzata Potëmkin», proiettata per la prima volta il 21 dicembre 1925 al Teatro Bol’šoj di Mosca, è una delle espressioni più alte del montaggio sovietico. Per capire il ruolo di questa pellicola all’interno del panorama politico e culturale dell’Unione sovietica degli anni ’20, è necessario collegarsi per forza di cose alla mentalità comunista, che trae spunto dalla frase di Lenin sulla settima arte: “Of all the arts, for us, the cinema is the most important“.
Fortemente influenzato dalla biomeccanica di Mejerchol’d e dagli esperimenti di Kulešov, il cinema sovietico pone al centro il montaggio, ovvero quello strumento attraverso il quale il regista organizza il proprio discorso e obbliga il pubblico a guardare gli eventi rappresentati dal suo punto di vista e mediati dalla sua interpretaione.

Si può senza problemi affermare che l’episodio della scalinata di Odessa stia alla storia del cinema come il sorriso della Gioconda sta alla storia dell’arte.
In questa sequenza Ėjzenštejn inserisce tre inquadrature che raffigurano il quartiere generale che esplode (1°), un leone di pietra che dorme (2°) e lo stesso animale che si alza sulle proprie zampe (3°). Il leone rappresenta la rivoluzione socialista che, una volta distrutto il potere zarista, si eleva e si auto-afferma.

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Un altro tema fondamentale nel cinema di Ėjzenštejn è il concetto di conflitto. Non si potrebbe capire un episodio complesso e multiforme come quello della scalinata di Odessa senza comprenderne la valenza conflittuale.
All’interno della sequenza si contrappongono il popolo e le guardie e tale opposizione si esprime anche a livello formale: al popolo sono concessi numerosi piani ravvicinati, di modo che si abbia a che fare con degli individui, mentre le guardie non sono che stivali, uniformi e fucili (ad eccezione del soldato che con una sciabolata squarcia l’occhiale di una donna).

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Un altro esempio di conflitto è presente nella scena in cui un marinaio scaglia a terra il piatto su cui sono incise le parole evangeliche “dacci oggi il nostro pane quotidiano”: le bande orizzontali della sua maglia sono in opposizione con le linee verticali del muro alle sue spalle.

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L’influenza di questo film sulla futura arte cinematografica è talmente forte che sono davvero molti gli omaggi e le citazioni che registi e sceneggiatori hanno voluto fare al capolavoro di Ėjzenštejn: da «The Untouchables», diretto da Brian De Palma nel 1987 a «Good Bye, Lenin!», girato da Wolfgang Becker nel 2003, dal terzo episodio della saga di Star Wars, «La vendetta dei Sith», al già citato «Il secondo tragico Fantozzi», diretto da Luciano Salce nel 1976.

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