Economia del Regno Lombardo-Veneto

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Il Nord-Est italiano annesso all’Impero degli Asburgo in seguito al Congresso di Vienna (all’incirca equivalente  alle attuali regioni di Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia) fu una regione economicamente florida. Da un punto di vista fiscale e finanziario, Il bilancio del Lombardo-Veneto dava un avanzo superiore alla metà delle entrate, poiché, in media, l’Austria non spese che i 4/10 di quanto ricavava per il mantenimento dell’esercito, fortificazioni militari, per spese, insomma, che non servivano al miglioramento economico del paese. L’avanzo annuo di 35 milioni di lire italiane dato nel 1823 subì un aumento costante, raggiungendo nel 1848 i 66 milioni annui. Detratti da questi 20 milioni circa di lire austriache, quale contributo alle spese dell’esercito, il Lombardo-Veneto fruttava all’Austria 46 milioni annui.[1] Nel 1830 gli studi di Adriano Balbi, statistico veneziano, evidenziavano come il Regno Lombardo-Veneto fosse lo Stato italiano che forniva la rendita più alta in tasse (122.000.000 di franchi su un popolazione di 4.930.000 di individui).[2] Ciò è spiegabile con l’eccessiva gravosità delle tasse imposte da Vienna, insieme al fatto che la maggior parte delle famiglie del Lombardo-Veneto preferivano pagare la tasse per un supplente, piuttosto che mandare un uomo abile al lavoro nell’esercito austriaco. La leva militare asburgica durava infatti otto anni. Nonostante il gravoso carico fiscale, l’agricoltura prosperò, il sistema agricolo locale basato su  frumento, orzo, segale e soprattutto riso, permise infatti lo sviluppo di un settore secondario, malgrado le tariffe doganali austriache alte fino al 60%. Particolarmente sviluppate erano l’industria tessile e l’industria meccanica. Tra tutte le industrie tessili, l’industria serica fu per molto tempo la più importante in Lombardia: la produzione locale di seta era al 1856 di circa 4 milioni di libbre milanesi, ovvero circa 1300 tonnellate all’anno, che forniva circa il 70% del commercio totale della seta in Lombardia mentre il resto proveniva dal Veneto o da altre province austriache, per un totale di circa 1870 tonnellate. Di tutto questo commercio solo poco più del 20% era destinato al commercio interno, mentre il resto veniva esportato in tutta Europa. L’esportazione avveniva anche se in minima parte già dai bozzoli di seta, per una produzione totale di circa 14500 tonnellate di cui 200 esportate e altre 200 per la riproduzione dei bachi. I bozzoli rimasti in Lombardia venivano lavorati da un numero approssimativo di 3100 filande, di cui 144 a vapore, per un totale di 40000 aspi: nelle suddette filande lavoravano poco meno di 80000 addetti tipicamente di sesso femminile, tuttavia gran parte delle filande erano attive a tempo pieno solo per 60 giorni l’anno.[3] Della seta grezza prodotta circa un settimo veniva esportata allo stato greggio, mentre il resto subiva almeno una lavorazione prima di essere messa in commercio. Dopo la filatura la seta doveva essere sottoposta a torcitura nelle 525 filatoi su circa 530000 fusi: il numero totale di addetti negli stabilimenti regolarmente funzionanti quasi tutto l’anno era di circa 35000 operai.[3] Seguiva quindi la fabbricazione dei tessuti in seta: essa era quasi totalmente concentrata tra le province di Como e Milano e contava 141 stabilimenti per 3400 telai, di cui 835 alla Jacquard, per un numero di occupati di circa 7500 individui.[3] Erano infine presenti due stabilimenti per la lavorazione dei cascami dei bozzoli di seta a Milano e Bergamo per 1500 fusi che producevano all’incirca 800 tonnellate l’anno di cascami di seta.[3] Nella bergamasca le filande si avvantaggiarono dello sfruttamento iniziato nel 1804 del giacimento di lignite a Leffe, combustibile che presentava vantaggi rispetto alla legna abitualmente usata per l’ebollizione dell’acqua dei filati e la loro essiccazione.[5] Il cotone grezzo veniva importato per gran parte dagli Stati Uniti, mentre il restante arrivava da India ed Egitto. Di tutto il cotone importato, tre quarti erano destinati alla lavorazione delle fabbriche lombarde. Le filature della regione erano 33 e si contavano complessivamente 123000 fusi, con 18 stabilimenti e 70000 fusi nella provincia di Milano e 9 stabilimenti e 30000 nella provincia di Como. Nella provincia di Milano le filatura erano particolarmente concentrate nella zona dell’Altomilanese, dove gli stabilimenti potevano attingere acqua dai corsi dell’Olona e del Ticino necessaria per la forza motrice dei macchinari, mentre esisteva un’unica manifattura in provincia di Sondrio, che però eguagliava per numero di fusi i 3 stabilimenti della provincia di Bergamo.[3] Le fabbriche lombarde complessivamente lavoravano 3300 tonnellate di cotone, a cui vanno aggiunte circa 240 di cascame. Per quanto riguarda l’occupazione, risultavano impiegati per la filatura del cotone 3810 operai, concentrati in cinque grandi stabilimenti principali: il Cotonificio Ponti di Solbiate Olona, il Cotonificio Cantoni di Castellanza, il Cotonificio Krumm di Legnano, il Cotonificio Fumagalli e Stucchi di Peregallo e il Cotonificio De Planta e Corradino di Chiavenna. Il resto delle fabbriche era organizzato in concentrazioni minori di 200 operai, in media 115 per stabilimento, mentre numerosi erano gli stabilimenti che pur impiegando meno operai avevano una produzione di filato maggiore. La media si attestava su circa 100 tonnellate di cotone filato per stabilimento: tra gli altri si segnalano il Cotonificio Candiani (131 t), il Cotonificio Ferrario e Ottolini (138 t), il Cotonificio Zuppinger (174 t), il Cotonificio Crespi (157 t) e il Cotonificio Schoch (138 t).[3]Era presente anche la verniciatura e la stampa di tessuti di cotone: lo stabilimento più importante in questo campo era sicuramente la Fabbrica di cotoni stampati Cavalli che contava più di 400 operai nel 1840.[4] La lavorazione della lana a livello industriale fu introdotta in Lombardia nel 1816, mentre la lavorazione tradizionale della lana era già presente ai tempi di Francesco Sforza. Nei primi anni di industrializzazione ci fu un tentativo di introduzione si larga scala dell’industria della lana: furono fondati in quegli anni due “grandiosi” stabilimenti a Milano e a Como: in particolare si ricorda il Lanificio Guaita a Como, capace di impiegare fino a 700 operai. Già nel 1840 l’avventura su larga scala della produzione della lana in Lombardia poteva dirsi conclusa, principalmente grazie agli elevati dazi sull’importazione di materia prima e la concorrenza dei lanifici in zone più favorite dell’Impero austriaco di cui la Lombardia faceva parte, in particolare della Boemia e della Moravia. Al 1856 la filatura della lana era particolarmente concentrata in provincia di Bergamo, dove si avevano 6 filande per 4300 fusi: la produzione di lana filata si attestava sulle 750 tonnellate. Sempre nella bergamasca esistevano poi 27 fabbriche di panni di lana e 30 fabbriche di tappeti, le cui merci venivano esportate nel Ducato di Modena e Reggio, Stato Pontificio, Regno delle Due Sicilie, Ungheria e Turchia. Va tuttavia precisato che nel Lombardo-Veneto l’industria della lana aveva avuto un grande sviluppo nel distretto di Schio, a cui veniva aggiunta la concorrenza del distretto di Borgosesia nel vicino Piemonte. La lavorazione del lino era organizzata in stabilimenti di medio-grandi dimensioni e vi veniva prodotto lino necessario per il consumo interno. La produzione complessiva si assestava a poco meno di 1300 tonnellate[3]. Per quanto riguarda la tessitura, l’attività di tipo industriale era del tutto marginale, con la presenza di 100 telai in tutta la Lombardia. Assai più rilevante era invece l’attività di tipo artigianale, con circa 14000 telai sparsi nelle zone agricole della bassa pianura padana. Derivata dall’industria tessile era l’industria delle tintorie, ovvero dove si tingevano i tessuti, dove veniva lavorate ogni anno più di 1800 tonnellate di tessuti, di cui 230 solo di seta. Risultavano infine impiegati circa 2000 persone nelle fabbriche di cappelli di vario tipo.

Per quanto riguarda l’industria meccanica, La Lombardia, assieme al Granducato di Toscana, era responsabile della fabbricazione di oltre due terzi della ghisa prodotta in tutti gli stati preunitari italiani poco prima dell’Unità, che si attestava all’incirca alle 30000 tonnellate: questo dato fa capire lo stato primordiale a cui si trovava la siderurgia italiana, quando nel 1855 la sola Inghilterra ne produceva 3000000[5]. Tra le industrie più grandi e celebri della Lombardia preunitaria c’era sicuramente le ferriere Rubini di Dongo. Fondata nel XVIII secolo, in un’area ove il ferro era estratto da miniere locali, fu al centro del rinnovo dell’ingegner Falck, tecnico chiamato nel 1840 dall’Alsazia per migliorarne la produzione. Tra le principali innovazioni vale la pena di sottolineare le seguenti:

  • Installazione nel 1840 del primo altoforno “alla inglese” (ovvero di sezione circolare e non quadrata come in uso fino ad ora in Italia) nella penisola italiana e conseguente raddoppiamento dell’altezza tipica: questa prima misura, subito dopo diffusasi in tutto il territorio circostante, permise di ridurre il consumo di carbone del 55%.
  • Introduzione nel 1842 di uno dei primi forni a puddellaggio con fiamma ossidante generata in una camera separata dalla camera della ghisa: questa misura consentì un ulteriore risparmio del 33% di combustibile e una diminuzione del materiale ferroso di scarto del 10%.

Tale risparmio in combustibile era quanto mai gradito in un contesto come quello lombardo e italiano, data la scarsità di giacimenti di carbone, che doveva essere quindi importato con i costi conseguenti. Le misure del tecnico alsaziano portarono in definitiva la ferriera in poco meno di 20 anni ai vertici della siderurgia italiana, con un output di circa 1000 tonnellate di ghisa al 1858 (dalle 420 tonnellate del 1840) e 400 operai stabilmente occupati nello stabilimento[6]. Notato l’eccellente lavoro dell’ingegner Falck, i Badoni, proprietari della ditta Badoni e C., chiamarono l’ingegnere alsaziano nei propri impianti, che comprendevano tre stabilimenti situati nell’odierna provincia di Lecco, a Bellano, Castello e Mandello. L’ingegnere, arrivato nel 1850, introdusse le misure già sperimentate nelle ferriere di Dongo, più altre novità mai sperimentate, tra cui: l’uso di forni a riverbero e torba come combustibile, l’installazione del primo treno di laminazione mosso a forza idraulica in Italia, e l’ammodernamento della lavorazione del filo di ferro con uso di bobine. Alla fine degli anni ’50 la ditta produceva 1300 tonnellate di ghisa, tutte destinate a lavorazioni successive all’interno della ditta, ponendosi ai vertici della siderurgia italiana preunitaria[6][7]. L’altro polo della siderurgia lombarda, minore in quanto a grandezza media delle sue fucine ma responsabile di circa i due terzi della produzione siderurgica totale, era la zona dei dintorni della Valcamonica, già da secoli sede di produzione di materiali ferrosi. La officine di prima fusione alla fine della metà degli anni 40 venivano contante in 16 forni fusori: in quello che fu il periodo di massima produzione metallurgica prima dell’unità d’Italia i distretti delle province di Brescia e Bergamo arrivarono a fabbricare circa 8000 tonnellate di ghisa l’anno. Successivamente le materie prime prodotte veniva lavorati in 122 fucine maggiori in cui venivano lavorate complessivamente 5300 tonnellate di semilavorati metallici a partire dalla seconda metà degli anni ’50[8]. Benché la zona fosse all’avanguardia nel settore metallurgico in Lombardia ed in Italia, il progresso tecnologico delle officine era comunque lontano dal livello medio europeo, si avevano comunque alcune eccezioni, tra cui vale la pena di ricordare:

 

  • Officine Gregorini di Lovere: tra le principali officine metallurgiche della provincia di Bergamo, al 1857 occupava 500 operai e aveva una produzione di 200 tonnellate di ferro ladino, 100 di acciaio e 60 di molle. Lo stabilimento ebbe un rapido e prosperoso sviluppo grazie all’adozione di tecniche moderne impiegate in Europa, come l’introduzione in Italia del primo forno Siemens per la conversione della ghisa.

 

La fabbricazione e la lavorazione del ferro in queste provincie era comunque avvantaggiata dalla presenza di miniere non trascurabili: per tutta la prima metà del XIX secolo, fu estratto dalle miniere locali mediamente dalle 6000 alle 7000 tonnellate di minerale di ferro, che comunque non bastava ad alimentare tutti i forni della zona. Il reparto produttivo metalmeccanico era organizzato su officine di piccole e medie dimensioni se confrontate con le principali officine di altri paesi; la ragione era dovuta a tre principali motivazioni:

 

  • Assenza di una politica industriale favorevole da parte dello stato centrale austriaco, laddove per contro in altri stati si assisteva alla fondazione di grandi officine meccaniche di proprietà statali che avrebbero beneficiato di grandi e continue commissioni, come accadde per l’Ansaldo di Genova per il Regno di Sardegna e le Officine di Pietrarsa per il Regno delle Due Sicilie.
  • Il favore del governo centrale austriaco alle proprie manifatture locali nelle commesse statali, come per esempio avveniva nel settore meccanico con gran parte delle commesse pubbliche alle officine della Stiria e assenza di dazi in vari settori come nell’importazione di macchinari da Francia e Inghilterra.
  • Concentrazione, per ovvie ragioni geografiche, della grande cantieristica navale a Venezia e Trieste, dove erano presenti l’Arsenale di Venezia e l’Arsenale Lloyd, tra i più grandi stabilimenti meccanici della penisola italiana.

Il ferro prodotto in Lombardia veniva per la quasi totalità impiegato per lavorazioni successive in officine all’interno della regione. Al 1858 si contavano 17 stabilimenti di primaria importanza[3], i maggiori si trovavano tutti a Milano, eccetto uno a Como. Ramo particolarmente prolifico dell’industria metalmeccanica lombarda, concentrata a Milano, era la fabbricazione delle carrozze. La città contava 40 stabilimenti da cui uscivano carrozze.[3] Inoltre alla fine degli anni ’30 un settore particolarmente attivo nell’area attorno a Gardone era quello della fabbricazioni di fucili: mediamente all’anno venivano costruiti 15000 fucili in svariate officine che occupavano complessivamente più di 400 persone. Dopo i moti del 1848 questo settore fu fortemente limitato dalle autorità austriache: ciò portò al dimezzamento degli addetti nel territorio che si convertirono alla fabbricazione di oggetti simili per funzioni non belliche.[8]

Infine erano presenti industrie tipografiche, della carta, della ceramica, del vetro, dello zucchero (Raffineria Calderara di Milano, che occupava al 1850 circa 1200 operai, compreso il reparto per la fabbricazione del combustibile per le operazioni. L’output dello stabilimento ammontava a 5000 tonnellate di zucchero l’anno [9]), e del tabacco (l’Imperial Regia fabbrica di tabacchi, dove al 1859 erano impiegati 1000 operai per maggioranza femminili. Questo stabilimento era tuttavia di proprietà statale ed operante in regime di monopolio[10]. Lo stabilimento era in grado di lavorare all’anno 1200000 kg di tabacco all’anno[8]). La rete ferroviaria nel 1859 si estendeva per 522 km[11]

 

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/lombardo-veneto_%28Enciclopedia-Italiana%29/

[2] Adriano Balbi, Quadro statistico dei vari stati d’Italia, in Annali universali di statistica, Vol. 31, Milano, Società degli Editori degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria, 1832, p. 313.

[3] Giovanni Frattini, Storia e statistica dell’industria manifatturiera lombarda, Milano, tipografia Giuseppe Bernardoni, 1856.

[4] Giorgio Bigatti, La città operosa: Milano nell’Ottocento, Milano, FrancoAngeli, 2000.

[5] Rosario Romeo, Breve storia della grande industria in Italia 1861-1961, Milano, Arnoldo Mondadori, 1988.

[6] AA.VV., Archeologia industriale in Lombardia. Milano e la bassa, Milano, Mediocredito lombardo, 1982.

[7] http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-falck_%28Dizionario-Biografico%29/

[8] Maurizio Romano, Alle origini dell’industria lombarda: manifatture, tecnologie e cultura economica nell’età della restaurazione, Milano, FrancoAngeli, 2012.

[9] AA.VV., Storia di Milano. Nell’unità italiana: 1859-1900, vol. 15, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1996.

[10] Franco della Peruta, Milano: lavoro e fabbrica, 1815-1914, Milano, FrancoAngeli, 1987.

[11]Vera Zamagni, Dalla periferia al centro, Il Mulino.

 

Articolo di Mattia Tuccelli

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