La nascita delle note musicali

Articolo di Daniele Bonino

Le note musicali naturali (ossia quelle senza alterazioni di diesis o bemolle) nacquero, come le conosciamo oggi, nell’antica Grecia: sappiamo che illustri matematici contribuirono al distanziamento dei suoni tramite calcoli matematici, e pare che fu proprio Pitagora a scoprire che una corda, se accorciata esattamente a metà, una volta suonata produrrà lo stesso suono che produceva prima di essere dimezzata, ma di un’ottava più in alto.

Esistevano originariamente due tipologie di lire (uno strumento molto simile alle attuali arpe, ma in miniatura): quelle con le corde DO RE MI FA  e quelle con le corde SOL LA SI DO. In entrambe le tipologie, il distanziamento tonale tra le note era “tono tono semitono” (i semitoni sono presenti infatti tra MI e FA e tra SI e DO).

Tuttavia, ovviamente, prima ancora di Pitagora esistevano le note musicali secondo questa maniera, denominata tetracordo (cioè quattro corde). Fu un poeta di Lesbo, Terpandro di Antissa, a unificare i due tetracordi dando origine alla lira eptacorda, ossia a sette corde: questa consisteva nell’unione dei due precedenti tetracordi con l’omissione dell’ultima nota ripetuta (il DO); pertanto così si presentava:

DO (tono) RE (tono) MI (semitono) FA + SOL (tono) LA (tono) SI.

Il semitono del secondo tetracordo non esisteva più proprio perché venne eliminata l’ultima nota.

I due tetracordi sarebbero quindi stati uniti dal FA e dal SOL, tra le quali si decise di porre un tono. Ancora oggi, dunque, grazie all’invenzione di Terpandro, la scala di Do Maggiore si presenta proprio così:

DO (tono) RE (tono) MI (semitono) FA (tono) SOL (tono aggiunto) LA (tono) SI (semitono) DO.

Da questa scala nascono tutte le altre, e quindi le tonalità e i modi (di cui il primo fu proprio quello sopra descritto, detto modo ionico). Dall’unione delle due lire nacque quindi la teoria musicale europea-occidentale, ancora oggi in uso nella musica contemporanea.

Tuttavia, i Greci preferivano chiamare le note con le lettere dell’alfabeto. Da dove derivano quindi gli attuali nomi delle note?

Verso l’anno Mille, il monaco Guido d’Arezzo compose un canto gregoriano i cui primi sette versi iniziavano con una nota diversa e sempre più alta di un grado. Così era il testo dei primi sette versi:

“UT queant laxis
REsonare fibris
MIra gestorum
FAmuli tuorum
SOLve polluti
LAbii reatum
Sancte Iohannes”

Solo alcuni secoli più tardi UT divenne DO e la S e la I di “Sancte Iohannes” vennero unificate in SI, l’unica nota che non viene cantata nel brano, non solo perché la S e la I sono staccate ma soprattutto perché la musica medievale non prevedeva l’uso della sensibile, ossia dell’ultima nota di una scala.

Vi proponiamo qui proprio l’inno di San Giovanni di Guido d’Arezzo, suggerendovi di porre particolare attenzione alla scala di Do che costituisce l’inizio di ogni verso.

Buon ascolto!

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