C. Battisti e F. Filzi: storie di irredentisti italiani

La Prima Guerra Mondiale è una guerra che meriterebbe di essere riscoperta e studiata a parte, profondamente ed attentamente. Perché ridurla ad assalti suicidi con le baionette, gas asfissianti e trincee sarebbe stupido e riduttivo. Eppure a distanza di 100 anni ancora molti la vedono così. Ma, in realtà, fu molto di più: geopolitica, economia e questioni socio-culturali di ogni tipo esplosero nel periodo immediatamente successivo e durante la guerra stessa; una guerra che mischiava Ottocento e Novecento e che proprio per questo incrociarsi e fondersi di modernità e tradizione la rende semplicemente unica nel suo genere. Appartenente tanto alla tradizione quanto all’innovazione furono anche i movimenti nazionalisti che mossero quella guerra in bilico tra vecchio e nuovo. Eppure, ridurre tutto ad un becero nazionalismo è sbagliato, perché in molti casi si trattò di patriottismo e non nazionalismo. E proprio con il patriottismo si collega l’Irredentismo, quella corrente politica perseguita da uomini e donne che, nati in territori appartenenti all’Impero austro-ungarico, sentendosi (ed essendo) italiani, decisero di manifestare apertamente contro l’Impero o di combattere contro di esso indossando la divisa del Paese verso il quale si sentivano legati: l’Italia.

Perché l’Irredentismo?

L’Impero austro-ungarico era una grande nazione multietnica, che grazie alla sua estensione univa territori distanti e popoli, lingue e culture molto differenti.

Mappa etnica austria

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale (28 luglio 1914), però, non tutti i sudditi dell’Impero appartenenti a diverse etnie rispetto a quelle della classe dirigente (tedesca) decisero di servire nell’esercito dell’Austria-Ungheria, pur essendo soggetti all’Impero e le sue leggi. Uno dei motivi per cui alcuni decisero di disertare e combattere sotto un’altra bandiera era perché non sentivano l’Impero essere il loro paese. Ed è proprio in questo contesto che si collocano le storie di due personaggi della Grande Guerra; personaggi militari ma anche umani: si tratta degli irredentisti italiani Cesare Battisti e Fabio Filzi, nati e cresciuti in terre irredente che decisero di rischiare la propria vita combattendo per il Regio Esercito.

Cesare Battisti e Fabio Filzi: la vita prima della Grande Guerra.

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Cesare Battisti in abiti civili.

Cesare Battisti nacque a Trento il 4 febbraio 1875. Il padre, Cesare, era un commerciante, mentre la madre, Maria Teresa Fogolari, apparteneva ad una famiglia della nobiltà di Rovereto. Durante la prima giovinezza studiò presso l'”Imperial Regio Collegio” a Trento (oggi “Liceo Classico Giovanni Prati”) e poi si spostò a Graz: qui ebbe modo di avvicinarsi agli ideali socialisti e marxisti, tant’è che avviò un giornale di stampo marxista che però venne subito censurato. Si spostò dunque a Firenze per studiare all’università.

Nel 1898 si laurea in Geografia a Firenze. Il 7 agosto del 1899 celebrò il matrimonio con Ernesta Bittanti, dalla quale avrà 3 figli. Agli ideali socialisti si aggiungono anche quelli della causa irredentista italiana seguendo l’esempio dello zio, don Luigi Fogolari, condannato a morte dall’Impero e poi graziato. Successivamente alla laurea si occupa studi geografici e naturalistici, pubblicano alcune guide su Trento e altri importanti centri della regione, oltre all’importante volume “Il Trentino”. Contemporaneamente, si occupa di problemi politici e sociali: si batte per migliorare le condizioni di vita degli operai, per i diritti degli italiani nell’Università di Trieste e per l’autonomia del Trentino. Battisti avviò anche delle iniziative letterarie: nel 1898 fonda, assieme a Giovanni Battista Trener, la rivista “Tridentum”, mentre nel 1900 avvia il giornale socialista “il Popolo” e quindi il settimanale illustrato “Vita trentina”, che dirigerà per molti anni. Ebbe modo di conoscere e collaborare anche con Mussolini, visto che inizialmente il futuro dittatore era di orientamento socialista.

L’azione politica ed intellettuale di Cesare Battisti non rimase circoscritta solo in ambito oratorio, organizzativo o letterario: nel 1911, infatti, egli è eletto deputato del Reichsrat, il Parlamento di Vienna, con l’obiettivo di tradurre le idee da lui sostenute in un’attività politica vera e propria. Nel 1914 entra anche nella Dieta di Innsbruck.


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Fabio Filzi con la divisa italiana.

Fabio Filzi nacque a Pisino, in Istria, il 20 novembre 1884, secondo figlio di Amelia Ivancich e Giovanni Battista Filzi. Il padre, trentino d’origine, era un insegnante di filologia classica che per lavoro era costretto a spostarsi dove gli veniva assegnata la cattedra. Cominciati gli studi a Capodistria, proprio a causa degli spostamenti del padre, nel 1894 si spostò a Rovereto e continuò gli studi liceali lì, dove nel 1902 si diplomò.

Negli ultimissimi anni del liceo ed in quelli immediatamente successivi al conseguimento del diploma, Filzi cominciò gradualmente ad abbracciare la causa irredentista, frequentando diversi circoli trentini. Nel 1904 avviene una svolta: proprio in quell’anno, a seguito dei fatti dell’Università di Innsbruck, ovvero le proteste e gli scontri che contrapposero la popolazione tedesca a quella italiana a seguito dell’inaugurazione di un’ateneo di Giurisprudenza in lingua italiana (nel corso dei quali gli stessi Cesare Battisti e Alcide de Gasperi vennero arrestati), egli si mise a capo del movimento irredentista roveretano.

Nello stesso anno egli venne chiamato ad adempiere al servizio di leva, venendo inquadrato nel 4° Reggimento cacciatori a Salisburgo. Anche durante il servizio militare i guai con le autorità lo seguironono: nel novembre del 1904 viene processato dal tribunale militare con l’accusa di aver favorito la diserzione di un commilitone italiano; nonostante egli venga assolto, viene comunque bollato come soggetto “politicamente sospetto” tramite l’acronimo “P.U.” (Politisch Unverslässlich).

La sua vita, a quel punto, è dedicata allo studio universitario e alla causa irredentista, sebbene il suo impegno in quest’ultima fosse per lo più dedicato alla manifestazione e al coordinamento delle varie associazioni irredentiste piuttosto che all’attività intellettuale. Frequentò un corso di laurea in Giurisprudenza presso l’università di Graz e, contemporaneamente, studiò presso una scuola commerciale a Trieste; frequentando la città ebbe modi di unirsi ad altre associazioni irredentiste quali la “Lega nazionale”, la “Società degli studenti trentini” e la “Giovine Trieste”.

Nel 1905 a Rovereto pronunciò un discorso di critica severo e violento nei confronti delle autorità asburgiche, annunciando pubblicamente di voler impegnarsi nel supportare la causa italiana. Seguirono altri eclatanti casi di disobbedienza e critica all’Impero: nel 1906 si recò con il fratello Ezio a Graz per supportare gli studenti italiani che, bloccate le attività universitarie, rivendicavano maggiori concessioni da parte del governo di Vienna in ambito universitario, partecipando agli scontri con la componente tedesca e rimanendovi ferito assieme al fratello; nel settembre 1909, in occasione del 7° Congresso della Società degli studi Trentini ed in qualità di Presidente, pronunciò un discorso con il quale rivendicò il diritto degli italiani ad avere un proprio Ateneo, al quale Vienna rispose bandendo la società e portando Filzi davanti al tribunale militare che, a seguito di un lungo processo, si vide degradare al rango di soldato semplice. Pare anche che (senza fonte, n.d.A.) durante uno dei periodi di richiamo dell’esercito avesse sfidato a duello un ufficiale austriaco che aveva calunniato l’Italia durante un’esercitazione e che solo l’intervento del superiore avesse impedito lo scontro tra i due.

Nel 1909 si era laureò presso la scuola commerciale di Trieste e nel 1910 seguì la laurea in Giurisprudenza a Graz. Tra il 1910 ed il 1914, Filzi è spesso in movimento tra Trieste e Rovereto ricoprendo vari incarichi (spesso interrotti a causa dell’attività politica irredentista), fino a quando eserciterà la professione di avvocato presso lo studio legale Piscel di Rovereto.

Tra 1914 e 1915: lo scoppiò delle ostilità, le posizioni dei due protagonisti e l’entrata in guerra dell’Italia.

Lo scoppio delle ostilità tra Austria-Ungheria e Serbia il 28 luglio 1914 segnò un punto di svolta nelle vite di entrambi i personaggi.

Cesare Battisti, ottenuto un passaporto regolare, varcò il confine austriaco con l’Italia tra l’11 ed il 12 agosto 1914, seguito qualche giorno dopo dalla moglie e i suoi figli.

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Battisti e Filzi qualche giorno prima della cattura del 10 luglio 1916.

Il 2 agosto 1914 Fabio Filzi fu richiamato, nella mobilitazione generale, a dirigersi verso Innsbruck per prestare servizio nell’esercito austro-ungarico con il grado di soldato semplice. Egli non aveva intenzione di combattere per l’Impero e quindi si procurò volutamente dei disturbi per non passare la visita sanitaria, il cui mancato superamento gli concesse di essere ricoverato qualche giorno all’ospedale di Bolzano e di ottenere una licenza di diversi giorni, durante i quali organizzò con alcuni compagni irredentisti un piano di fuga verso l’Italia, che raggiunse la notte tra il 14 ed il 15 novembre 1914.

Tuttavia, l’Italia entrò in guerra a distanza di mesi dalla maggior parte delle altre potenze mondiali a causa dei rapporti di alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria: le tre nazioni, infatti, erano unite militarmente con la Triplice Alleanza (1882), un accordo militare di natura difensiva. Difensiva, per l’appunto: aggettivo che non si addice alla natura dello scoppio della Grande Guerra, visto che fu il frutto di un’aggressione e gli stati aggressori furono proprio la Germania e l’Austria Ungheria che, oltretutto, considerarono poco o niente l’alleato italiano nel coordinare le relazioni diplomatiche tra i vari paesi nel mese che intercorse tra l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando e la dichiarazione di guerra.

Rimaneva inoltre aperta la questione delle terre irredente, una questione complessa e che affondava le sue radici nel passato e che con lo scoppio della guerra diventava più spinosa che mai. Anche sotto questo punto di vista l’Austria-Ungheria non rispettò i patti del trattato: ad esempio, la clausola n.7 del Terzo Trattato (1891) della Triplice Alleanza stabiliva che

“L’Austria-Ungheria e l’Italia, non mirando che al mantenimento, in quanto possibile, dello statu quo territoriale in Oriente, si impegnano a usare la loro influenza per prevenire qualunque modificazione territoriale che potesse portare danno all’una o all’altra delle Potenze firmatarie del presente Trattato. Esse si comunicheranno a tale scopo tutte le informazioni suscettibili di illuminarle mutuamente sulle loro proprie disposizioni come su quelle di altre Potenze. In ogni modo, nel caso che, in forza di avvenimenti, il mantenimento dello statu quo nelle regioni dei Balcani o delle coste ed isole ottomane nell’Adriatico e nel Mar Egeo divenisse impossibile e che, sia in conseguenza dell’azione di una terza Potenza, sia altrimenti, l’Austria-Ungheria o l’Italia si vedessero nella necessità di modificarlo con un’occupazione temporanea o permanente da parte loro, quest’occupazione non avrà luogo che dopo un preventivo accordo fra le due Potenze, fondato sul principio di un compenso reciproco per qualunque vantaggio territoriale o d’altra natura che ciascuna di esse ottenesse in più dello statu quo attuale, e che dia soddisfazione agli interessi e alle pretese ben fondati delle Parti.”

E quando l’Austria-Ungheria nel 1908 annetté la Bosnia-Erzegovina non ci furono compensi per l’Italia, suscitando polemiche; le annessioni territoriali italiane a seguito della guerra italo-turca (1911-1912) furono anch’esse oggetto di polemiche tra Italia e Austria-Ungheria. Era evidente che prima o poi la situazione sarebbe degenerata.

Parlare dell’ambiguità dei rapporti diplomatici tra Austria-Ungheria, Italia e Germania richiederebbe molte ricerche e riflessioni approfondite che andrebbero sviluppate a parte. Tuttavia, appare evidente (e giuridicamente valida) l’esitazione dell’Italia nella partecipazione alla guerra, solo citando questi pochi episodi. E propria questa esitazione causò in Italia tutta una serie di scompigli e disordini che per mesi divisero l’opinione pubblica italiana tra neutralisti ed interventisti. Anche questo argomento, articolato, sfumato e complesso meriterebbe pagine e pagine di approfondimenti e studi separati. Tuttavia, la questione della neutralità italiana o dell’intervento in guerra sono impossibili da omettere nella stesura di questo breve articolo, poiché Filzi e Battisti giocarono un ruolo non indifferente per la causa interventista.

Varcato il confine, Cesare Battisti si mise subito all’opera, lanciando un’intensa campagna di propaganda a favore dell’intervento in guerra dell’Italia, organizzando manifestazioni e pubblicando articoli su varie riviste e giornali; tutte iniziative a cui Filzi partecipò.

In azione con la divisa italiana.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. Ed il Regio Esercito contò presto tra le sue fila due nuovi soldati: Cesare Battisti e Fabio Filzi.

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A sinistra, Cesare Battisti; a destra, Fabio Filzi. Entrambi vestono la divisa italiana. 1916

Non appena il ministro della guerra concesse agli irredentisti di entrare nel Regio Esercito, il 29 maggio 1915, Battisti si arruolò a Milano nel 5° Reggimento alpini, venendo assegnato al “Battaglione Edolo” della 50ª compagnia. Le prime azioni in combattimento le svolge presso Montozzo, per le quali nell’agosto del 1915 ottiene un solenne encomio. Successivamente è trasferito ad un reparto di alpini sciatori, coi quali opererò presso il Passo del Tonale. Promosso prima sottotenente e poi ufficiale (col grado di tenente), sarà assegnato al “Battaglione Vicenza” del 6° Reggimento Alpini, prestando servizio sul Monte Baldo nel tardo 1915 e sul Pasubio nel 1916.

Fabio Filzi, invece, presentò domanda di arruolamento il 16 giugno 1915. Nominato sottotenente presso il 6° Reggimento Alpini in ottobre, raggiunse Cesare Battisti in Vallarsa, combattendo con lui in qualità di subalterno.

La cattura sul Monte Corno di Vallarsa.

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Il corno di Vallarsa.

Il 10 luglio 1916 fu il giorno durante il quale Fabio Filzi e Cesare Battisti vennero catturati. L’offensiva imperiale del mese precedente (Strafexpedition, 15 maggio-15 giugno 1916) aveva travolto le forze italiane sul monte Corno – parte del massiccio del Pasubio – che fu occupato dalle truppe austroungariche.

Il comando italiano decise quindi che quella posizione, dalla quale le forze austriache si erano parzialmente ritirate a causa del fallimento della Strafexpedition, andava riconquistata. Il 10 luglio 1916, quindi, alcune truppe italiane partirono per il compito.

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Battisti ed alcuni compagni mentre studiano una cartina.

Il Battaglione “Vicenza”, formato dalle Compagnie 59ª, 60ª e 61ª, oltre che da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti (di cui è subalterno Filzi), ricevette l’ordine di occupare il Monte Corno di Vallarsa, che si trovava sulla destra del Leno (un torrente) in Vallarsa, occupato dalle forze austro-ungariche. Una volta conquistato il monte Corno, il 69° ed il 71° Battaglioni di fanteria sarebbero dovuti accorrere in aiuto degli Alpini per consolidare le posizioni e continuare l’attacco.

Effettivamente, gli Alpini riuscirono a conquistare parzialmente la posizione. Tuttavia, i rinforzi tardarono ad arrivare. A quel punto decisero di attaccare da soli la rinforzatissima “Quota 1801”: gli Alpini attaccarono ma l’attacco fu infruttuoso e subirono un contrattacco che li costrinse prima a ritirarsi e, tagliati fuori ed accerchiati per mezzo di un bombardamento d’artiglieria, venire catturati. Da questo momento comincia la breve prigionia di Cesare Battisti e Fabio Filzi.

Il processo e la sentenza di morte a Trento.

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La cattura di Battisti (con l’elmetto, sulla strada) e Filzi (tra gli alberi).

Catturati con gli altri soldati italiani, vennero presto divisi dai compagni poiché riconosciuti come sudditi dell’Impero. Cesare Battisti preferì consegnarsi al nemico dichiarando apertamente la sua identità sin dal principio, nonostante un suo commilitoni lo avesse esortato a tentare il tutto per tutto dandosi alla fuga; Fabio Filzi invece negò la sua reale identità dichiarando di chiamarsi “Francesco Brusarosco” ed essere cittadino italiano di Arsignano (in provincia di Vicenza, dove Filzi aveva soggiornato prima di arruolarsi), nonostante un altro roveretano arruolato nell’esercito austroungarico, Bruno Franceschini, lo avesse riconosciuto al momento della cattura.

Per accertarsi della reale identità dei due, venne composta una commissione di quattro uomini che avrebbe dovuto identificare i due alpini. Questi erano i nomi degli uomini che componevano la commissione di riconoscimento: 1) Il commissario distrettuale, dott. Carlo Callovini; 2) un ufficiale di polizia, sig. Giovanni Markt, del distretto di Rovereto; 3) un sergente di polizia del municipio di Rovereto, sig. Giuseppe Albertini; 4) un sergente distrettuale di gendarmeria sig. Giovanni Cembran. I quattro membri accertarono l’identità dei due prigionieri: Battisti fu immediatamente riconosciuto; Filzi continuava a negare ma, una volta fornite prove schiaccianti, dichiarò apertamente la sua vera identità.

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Battisti (destra) e Filzi (sinistra) prigionieri.

I due furono trasferiti a Trento in catene e sotto scorta per essere poi imprigionati l’11 luglio e, infine, processati sommariamente il 12 luglio nel Castello del Buonconsiglio. Durante il processo ulteriori testimoni confermarono l’identità dei due. Tenendo un comportamento fiero, gli imputati mai smentirono il loro operato né rinnegarono le proprie idee; anzi, confermarono anche davanti al tribunale di sentirsi italiani e di essere fieri delle azioni da loro compiute e delle idee in cui credevano:

“Ammetto inoltre di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in iscritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria; ammetto d’essermi arruolato come volontario nell’esercito italiano, di esservi stato nominato sottotenente e tenente, di aver combattuto contro l’Austria e d’essere stato fatto prigioniero con le armi alla mano. In particolare ammetto di avere scritto e dato alle stampe tutti gli articoli di giornale e gli opuscoli inseriti negli atti di questo tribunale al N. 13 ed esibitimi, come pure di aver tenuto i discorsi di propaganda ivi menzionati. Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia.” – Cesare Battisti, dal verbale da egli stesso durante il processo.

Alle 16:30 del 12 luglio 1916 venne pubblicato il verdetto della commissione, che giudicò colpevoli di alto tradimento Cesare Battisti e Fabio Filzi e li condannò alla pena di morte per impiccagione per mano del boia Josef Lang.

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L’impiccagione di Cesare Battisti, 12 luglio 1916

A Battisti non fu concesso di scrivere a casa, ma solamente di dettare una lettera da consegnare al fratello Giovanni. Durante l’impiccagione, la corda utilizzata per impiccare Battisti si spezzò ed il boia dovette prenderne una nuova e impiccare nuovamente il condannato. Si presume che alla seconda impiccagione l’uomo fosse già morto. Un testimone diretto raccontò che qualche ora prima avesse chiesto al boia come sarebbe stata portata avanti l’esecuzione; quest’ultimo dunque estrasse una sottile corda che legò attorno al collo di un aiutante e fissandola ad un gancio, facendogli intendere che la morte sarebbe avvenuta tramite impiccagione. Quando l’uomo chiese al boia se la corde fosse adatta all’impiccagione, quest’ultimo rispose dicendo che la corda buona la teneva nella valigia, da dove effettivamente venne tirata fuori quando la prima corda si spezzò. Il supplizio era quindi premeditato.

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L’impiccagione di Fabio Filzi, 12 luglio 1916.

La condanna venne seguita rispettivamente alle ore 19:14 e 19:37 sul retro del castello, nella Fossa della Cervara.

Entrambi i militari furono insiti della Medaglia d’oro al valor militare. Le spoglie di Cesare Battisti, inizialmente tumulate al cimitero di Trento, riposano ora al Monumento di Cesare Battisti, costruito tra il 1934 ed il 1935 (sempre a Trento), mentre quelle di Fabio Filzi sono conservate (assieme a quelle di Damiano Chiesa, altro irredentista italiano) presso l’Ossario di Castel Dante di Rovereto, accompagnate dalle spoglie di altri 20.000 soldati, noti e non, dell’esercito italiano e di quello austro-ungarico.

La Memoria.

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Ossario di Castel Dante, Rovereto.

Evitare un processo era impossibile. Coloro che processarono Battisti e Filzi si muovevano nel rispetto della legge e secondo le proprie prerogative li condannarono a morte. Giuridicamente parlando, la faccenda era conclusa. O forse no? E moralmente parlando? In generale, sarebbero stati possibili altri scenari? Ad esempio: la magistratura militare austroungarica non avrebbe potuto graziare i due prigionieri o, al limite, condannarli con pene minori, aggraziandosi così l’opinione pubblica e dando l’immagine di un impero magnanimo invece che oppressore e intransigente, come in molti lo avevano dipinto? Nel caso in cui non fosse stato possibile evitare la pena capitale, non sarebbe stato più onorevole e dignitoso, nonché conveniente in termini di rispetto militare e diplomatico, condannarli per fucilazione, visto che i due – al momento della cattura – indossavano la divisa militare italiana ed erano prigionieri di guerra? E soprattutto: era necessario quello scempio? L’esecuzione di Battisti, in termini di dignità e rispetto, fu un vero insulto, nonché un duro colpo mediatico auto procurato verso l’Impero quando le foto cominciarono a circolare: vestito di logori stracci, esposto alle ingiurie della popolazione ignara ed appositamente raccolta e, dopo il supplizio, esposto come trofeo in mezzo ad una folla  ed un boia sorridenti, la foto fu fonte di un vero e proprio risentimento verso l’Impero (di seguito, il link alla foto “trofeo” che scandalizzò il mondo). Nondimeno, anche quella di Filzi non lasciò indifferente l’opinione pubblica, anche perché a differenza di Battisti egli era solo cittadino dell’Impero e non parlamentare.

Monumento a Battisti

Monumento nazionale di Cesare Battisti, Trento.

Pur non prendendo posizione specifiche, è impossibile e sarebbe poco corretto non considerare la condotta di Filzi e Battisti in guerra e del loro impegno e dedizione nella causa irredentista in tempo di pace e di guerra. Per chi scrive, prendendo in considerazione solo la formazione patriottica ed il percorso militare dei due, pur riconoscendo le prerogative dell’Impero austro-ungarico nel processarli, risulta estremamente difficile vedere nelle figure di Filzi e Battisti l’immagine di traditori e non di martiri e quindi di grandissimi esempi di italianità: per cui si prenderà in considerazione, al fine di non sbilanciarsi e per fare una riflessione generale, solo il coraggio e la dedizione con cui quei due uomini si impegnarono in tempo di pace e guerra, a prescindere dalla causa supportata.

Coraggio e dedizione, dunque. Quanti di noi oggi sarebbero in grado di perseguire con la stessa tenacia e serenità d’animo sfidando le difficoltà e la sorte che Filzi e Battisti affrontarono e condivisero esattamente 100 anni fa? Quanto, oggi, saremmo disposti ad affrontare e a sacrificare per una causa che ci sta a cuore? Sono quesiti a cui vale la pena tentare di risponde, a prescindere dell’orientamento politico e dalla visione in merito ai due personaggi. Filzi e Battisti potranno essere considerati da qualcuno traditori, ma è innegabile il coraggio da loro dimostrato nell’adempimento del loro dovere e della fede con cui affrontarono le difficoltà, la guerra e la sentenza a morte.
E per chi si considera italiano e patriota e vede nei due militari figure di riferimento per l’Italia: quanto si deve all’impegno e alla dedizione di questi uomini alla cause dell’unità nazionale italiana? Quanto dobbiamo, ad un secolo di distanza, all’attività politica e militare di Battisti e Filzi? Quanti di coloro che amano l’Italia sarebbero in grado di dedicarsi al Paese con la loro stessa passione? E soprattutto: a distanza di cento anni, è ancora valido il loro esempio, o è necessario contestualizzarlo?

Usufruiamo saggiamente di questo Centenario per riflettere quotidianamente di quella guerra e per analizzarne l’eredità, commemorando, indifferentemente dal paese servito e dalla causa, tutti coloro che caddero nel conflitto.

Articolo di Lorenzo Naturale

FONTI:

Cesare Battisti e la sua guerra: tramonto di un mito

http://www.storiaxxisecolo.it/grandeguerra/gmbattisti.htm

http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/cesare-battisti-lirredentista/11987/default.aspx

http://www.treccani.it/enciclopedia/cesare-battisti/

http://www.welschtirol.eu/cesare-battisti-personaggio-mitico-di-una-storia-imposta/

http://www.storiaememoriadibologna.it/monte-corno-luglio-1916.-la-cattura-di-cesare-batt-153-evento

https://austriaciditalia.wordpress.com/2012/07/13/cesare-battisti-parlamentare-austriaco-irredentista-la-sua-cattura-sul-monte-corno-e-tanti-interrogativi-mai-risolti/

http://www.tuttostoria.net/personaggi-storici.aspx?code=173

http://www.treccani.it/enciclopedia/fabio-filzi/

http://www.treccani.it/enciclopedia/fabio-filzi_(Dizionario-Biografico)/

http://www.treccani.it/enciclopedia/fabio-filzi_(Enciclopedia-Italiana)/

http://www.ana.tn.it/it/details-articles/fabio-filzi/28/

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=FILZI+Fabio

http://www.cimeetrincee.it/processo.htm

http://www.balzanor.altervista.org/toponomastica/filzi.htm

http://www.storiologia.it/mondiale1/battisti.htm

http://www.lastampa.it/2016/07/12/cultura/centanni-fa-moriva-cesare-battisti-lultimo-apostolo-del-risorgimento-30EkUdyEsFL7eTjtEuyKWP/pagina.html

 

 

 

 

 

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