Com’è nata l’Italia

Nel corso dei secoli la definizione di cosa rappresenti la parola Italia si è continuamente modificata in base alle contingenze politiche e storiche del momento.

Per i romani di età repubblicana i popoli italici si estendevano dal fiume Po in giù, escludendo così l’attuale pianura padana, denominata Gallia Cisalpina per via dell’insediamento dei Celti avvenuto tra il V e IV secolo a.C.

In epoca imperiale la riforma amministrativa voluta dall’imperatore Augusto unificò per la prima volta nella storia la penisola italiana in una compagine territoriale più omogenea, seppure la divisione in regioni (senza alcun potere va ricordato) ne ricalcasse le antiche divergenze e origini culturali ed escludesse le isole vicine (Sicilia, Corsica e Sardegna). All’Italia, considerata patria dell’Urbe in virtù della sua posizione, vennero garantiti diversi privilegi come l’esenzione dalla pesante imposta fondiaria (Ius italicum) finché con il passare del tempo il ruolo crescente delle province e le nuove consuetudini imperiali non relegarono la penisola a quella di una regione dell’impero come tutte le altre.

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Costantino, nella sua riorganizzazione delle province e la creazione delle diocesi, pur dividendo in due la penisola dal punto di vista amministrativo, ne mantenne di fatto la denominazione e ne aggiunse anche le isole sull’esempio stabilito da Diocleziano (il nord, sino a Ravenna, assunse il nome di Italia Annonaria, mentre il sud e il centro come Italia Suburbicaria). La fine dell’impero romano e il rapido succedersi di conquistatori non cambiarono le carte in tavola; l’Italia rimaneva di fatto un territorio da dominare nella sua interezza (accadeva così per Odoacre, gli Ostrogoti ed infine i bizantini) anche se era già avviato da molto tempo il processo di regionalizzazione.[1]

Anche i Longobardi, seppure determinarono la fine dell’unità della penisola, cercarono di conquistare la penisola nella sua interezza, dovendo però desistere a causa della resistenza dell’impero romano d’oriente o bizantino e dell’avversità della chiesa romana.

Verso la fine del VI secolo un re longobardo, Autari, avrebbe compiuto una spedizione fino a colonna di Reggio. Qui toccando la colonna con la punta della lancia, avrebbe proclamato che sino a quel punto si estendeva il regno italiano della sua gente.

Come sottolinea il medievista Paolo Cammarosano [2]:

L’episodio è mitico, ma ci ricorda tuttavia la dimensione unitaria dell’Italia nell’orizzonte politico di quanti aspirarono ad averne la sovranità. Gli uomini del medioevo si sarebbero molto stupiti della perplessità sul carattere unitario della storia d’Italia che tanto hanno occupato le menti degli studiosi del nostro tempo  

 

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Italia divisa tra bizantini e longobardi

In sostanza, almeno fino a Carlo Magno, l’Italia va considerata nella sua interezza come un’unica entità territoriale. Lo stesso futuro imperatore concentra a sé l’eredità dei Longobardi cingendone la corona. Tuttavia l’esistenza di alcuni domini in mano ai bizantini e la successiva nascita dello stato della Chiesa determina a poco a poco l’idea che l’Italia si limiti solamente al nord (ironia della sorte proprio il contrario dell’epoca romana); resiste inoltre il ducato longobardo di Benevento che rimane indipendente. Non è un caso dunque che diversi sovrani cingano proprio la corona d’Italia, poi passata nelle mani degli imperatori tedeschi sino a Carlo V (1530).

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La corona ferrea, simbolo dei re d’Italia. La dinastia dei Savoia non la riconobbe come propria e non si fece mai incoronare con questo simbolo (conservato oggi a Monza) – wikimedia

La disgregazione dell’impero di Carlo Magno porta alla formazione di un regno d’Italia a partire dalla seconda metà dell’800 d.C. Verso l’anno mille esistono ancora i re d’Italia, la cui zona “de jure” è limitata sempre al nord, seppure il loro potere sia piuttosto debole. L’Italia sia avvia a diventare una connotazione meramente geografica dopo la deposizione nel 1014 di Arduino d’Ivrea, Re d’Italia., quando la corona viene assorbita dal Sacro Romano Impero. Nel corso dei secoli successivi diversi intellettuali rivendicano l’appartenenza dell’Italia ad unica entità statale come Dante, Petrarca e Machiavelli, tuttavia si tratta della posizione di un’élite ristretta ed istruita. Mentre il nord è entrato a far parte del sacro romano impero, al sud i normanni hanno dato vita al potente e indipendente regno di Sicilia, sottraendo agli arabi la Sicilia e ponendo fine sia ai domini bizantini che longobardi residui. Le due “Italie” tornano insieme solo per una breve parentesi con Federico II che riunisce a sé sia il titolo di imperatore che di re di Sicilia ma di fatto le due corone (d’Italia e Sicilia) restano disgiunte.

 Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello

Dante Alighieri, VI canto, Paradiso (Divina Commedia)

Il processo di regionalizzazione e l’affrancamento dal sacro romano impero produce verso la fine del Medioevo la nascita di potenze regionali indipendenti nel nord, mentre al contrario il sud passa dalla dominazione angioina a quella aragonese. La mancanza di uno stato dominatore nel settentrione, sancita con la pace di Lodi, determina un ulteriore freno alla formazione di un regno italiano unito. La conseguenza più immediata è che la penisola diviene facile preda delle potenze straniere che tra la fine del 1400 e la prima metà del 1500 danno inizio ad una serie di guerre (tra Spagna e Francia) che determineranno la fine dell’indipendenza per i diversi stati regionali, esclusa la potenza veneziana (anche se in declino e sulla difensiva a causa della minaccia del potente impero turco-ottomano)

Così Niccolò Machiavelli esprime il desiderio che un principe liberi la penisola dall’oppressione straniera (in questo caso si rivolge alla famiglia fiorentina dei Medici)

Acciò che l’Italia venga dopo tanto tempo apparire uno suo redentore. (…) Quali populi gli negherrebbono (negherebbero) l’obbedienza? Quale invidia se li opporrebbe? Quale italiano gli negherebbe l’ossequio? Ad ognuno puzza questo barbaro dominio [3]

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Italia dopo la pace di Lodi – 1454

Infine Machiavelli riporta, al termine della sua opera un passo tratto dalla canzone composta dal poeta Petrarca, “Italia mia, benchè l’parlar sia indarno” 

Virtù contro a furore 
prenderà l’armi, e fia el combatter morto, 
che l’antico valore
nelle italici cor non è ancora morto [4]

Il risorgimento

Solamente verso la fine del XVIII secolo in Italia si riaccenderà un desiderio di unità. La rivoluzione francese del 1789 e il pensiero illuminista alimentano le speranze di molti patrioti italiani. La nuova concezione di nazione, descritta da filosofi tra i quali Rousseau, identifica una comunità (composta da cittadini e non da sudditi) legata da tratti comuni che in virtù di quel nesso, hanno diritto ad esprimersi politicamente all’interno di uno stato-nazione.

Ma cosa significa precisamente Risorgimento? Inizialmente ha una connotazione profondamente religiosa e significa “resurrezione”, una rinascita rispetto ai secoli di invasione e divisione interna della penisola [5]. Scrive Gaspare Sauli in un suo articolo pubblicato nel 1798:

(…)ah, risorga l’Italia, divenga patria comune e gli italiani diventino una nazione

Non va dimenticato che sono gli anni dell’esperienza rivoluzionaria francese e della discesa di Napoleone in Italia. Quest’ultimo è capo dell’armata d’Italia, il direttorio lo ha incaricato di portare la guerra nella penisola e di formare un fronte secondario contro l’esercito austriaco (il fronte principale sarebbe invece quello del Reno). Le brillanti capacità e le numerose vittorie del generale di origine trasformano la campagna in Italia nel fronte più importante, tanto che gli austriaci sono costretti a ritirarsi e nel nord viene fondato uno stato italiano (seppur dipendente dallo stesso Napoleone che ne correggerà lui stesso la costituzione).

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L’esperienza rivoluzionaria francese e napoleonica col tempo deluderà profondamente i patrioti che desiderano la nascita di uno stato unitario o semplicemente desiderano la concessione di più libertà civili (libertà di stampa, costituzioni e parlamenti). Quando con il congresso di Vienna nel 1814 verrà deciso il reinsediamento dei vecchi sovrani in Italia e più in generale in Europa) l’esperienza della repubblica cisalpina o poi d’Italia si sono risolti in un fallimento e non hanno mai finito col rappresentare quel sogno d’indipendenza dei patrioti.

Va aggiunto inoltre che la maggior parte della popolazione, sopratutto quella contadina, ha osteggiato la rivoluzione ed in generale i francesi durante la loro occupazione, anche a causa dell’elevata pressione fiscale. Così come in Francia, le idee circolano maggiormente all’interno delle città, mentre le campagne restano restie al cambiamento.

Un dato di fatto che non deve sorprendere. Più di cinquanta anni dopo, nel 1861, quando l’Italia vedrà la luce coloro che parlano italiano quotidianamente oscillano tra il 3 e il 10%. Solamente il 22% della popolazione sa leggere e scrivere [6]; la politica in effetti sino all’invenzione dei partiti di massa e al suffragio universale è stato argomento riservato ad un’élite ed anche in questo caso non ci si deve sorprendere. D’altronde come scrive Foscolo, le cui opere saranno viste come importantissime per la causa nazionale, all’inizio del 1800:

un Bolognese e un Milanese non si intenderebbero tra loro, se non dopo parecchi giorni di mutuo insegnamento [7]

Come poteva un contadino della Sicilia o della Lombardia condividere ed apprezzare l’esistenza di una tradizione letteraria che affondava le proprie radici in autori quali Dante e Petrarca?

In sostanza, come sostiene lo storico Alberto Mario Barti

il concetto di nazione, sembra trovare pochi elementi di concretezza nel caso italiano (ma che è bene ricordare come ha dimostrato persuasivamente un’imponente letteratura storiografica recente che all’epoca non ne ha moltissimi nemmeno la Germania, la Francia e L’Inghilterra) [8]

Due elementi a questo punto sono gli unici due che permettono di parlare di Italia come nazione, la letteratura e la comune fede religiosa. Non è un caso che in effetti gli ambienti patriottici e rivoluzionari italiani peschino a piene mani dalle sacre scritture (ricordate risorgimento inteso come resurrezione?)

Spesso si dice che la storia sia mossa da meri obiettivi economici, eppure in questo caso tra i diversi stati italiani non esiste un vero e proprio interesse comune, tanto meno tra la borghesia italica. Poco prima dell’unità d’Italia le importazioni nel regno delle due Sicilie provengono solamente l’8,5% dagli altri stati italiani, mentre solamente l’11,8% delle esportazioni del regno borbonico è diretto verso gli altri stati italiani [9].

In effetti nella prima fase del risorgimento, non tutti gli intellettuali sono concordi con la creazione di una repubblica unitaria, anche se le parole d’ordine al momento sono “repubblica” e “democratica”. Il primo a sostenere la necessità di uno stato unitario in questo senso è il toscano Filippo Buonarroti che nel 1796 scrive:

Non vediamo l’ora di arrivare al momento felice in qui vedremo la nostra patria libera! E sopratutto che le frivoli distinzioni d’esser nati a Napoli, a Milano o Torino, spariscano per sempre tra i patrioti. Noi siam tutti d’uno stesso paese d’una stessa patria

Non c’è alcuna unità sul fatto di come questa repubblica debba essere, se federale od unitaria, anche se l’opinione prevalente pare essere proprio quella centralista.

Prima che si mettano in moto i grandi fermenti della Carboneria e delle sette segrete però l’Italia sembra trovare un possibile candidato ad un regno italiano unito, Gioacchino Murat, mandato nel regno di Napoli da Napoleone per governare il regno di Napoli, il 30 marzo del 1815 da Rimini chiama a raccolta gli italiani affinché combattano per la liberazione della penisola. Il suo è un appello certamente opportunista; ed è l’ultima arma che gli rimane per non perdere il regno.

Molti rispondono ma la sua armata verrà sconfitta dagli austriaci e lui costretto a fuggire in Corsica; ritornato nel regno delle due Sicilie per riprendersi il trono con pochi uomini, verrà però catturato a Pizzo Calabro e giustiziato.

Come scritto prima la conclusione dell’esperienza napoleonica determina la fine dei sogni immediati per la creazione di un’unità nazionale che arriverà nel 1861, a termine della seconda guerra d’indipendenza (la prima fu fallimentare), seppure fornisca un’importante precedente storico.

Joseph Fouché, ex Ministro della Polizia Generale francese, inviato a Napoli per convincere Murat a non allearsi con l’Austria scrisse a Napoleone nel 1813:

“Erano dei popoli sparsi (gli italiani); Sua maestà ne ha fatto una nazione e la forza che ha preso sotto la dominazione di sua maestà ne ha accresciuto la fede in se stessa. La maggior parte degli italiani desidera un’esistenza politica (…).

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L’Italia dopo il congresso di Vienna che sancisce per il momento predominio austriaco sulla penisola

Fouchè di certo esagera nel descrivere la situazione; non è vero che tutti gli abitanti della penisola sono a favore dell’unità italiana. Quel che rimane invece vera è la sensazione che l’esperienza rivoluzionaria francese abbia gettato un seme importante per la causa dei patrioti italiani. Se è vero che per vedere il loro sogno molti nazionalisti italiani dovranno patire a lungo la loro condizione di “terroristi” e “nemici dello stato”, pagando con la vita o con il duro carcere le loro idee (Mameli, il famoso compositore, morì durante la breve esperienza della repubblica romana a causa delle ferite riportate in battaglia, ed altrettanto famose sono le prigioni, quelle di Silvio Pellico) nulla è destinato a tornare come prima.

E’ proprio dalla delusione derivante dal mancato rispetto delle promesse di Napoleone che videro la luce importanti opere letterarie che costruirono i miti del risorgimento. In primis con “le ultime lettere di Jacopo Ortis” un romanzo scritto da Foscolo e con la quale espresse metaforicamente tutto il proprio dolore e disappunto per la mancata unificazione d’Italia. Tra il 1815 e il 1847 alcune delle menti più brillanti d’Italia rielaborarono diversi episodi in chiave nazionale. La disfida di Barletta, la battaglia di Legnano, i vespri siciliani emergono come elementi fondanti della mitologia culturale italiana. Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Massimo d’Azeglio producono proprio ora opere chiave dell’esperienza culturale romantica italiana. Se è vero che il patriottismo italiano si limiterà ad una piccola componente della popolazione (tra i 50.000 e i 60.000 gli affiliati alla Giovine Italia nel 1833) istruita e politicizzata e concentrata quasi esclusivamente nelle città le conseguenze di questi scritti spingeranno molti cittadini all’azione e alla partecipazione al processo di unificazione nazionale.

Come sostiene lo storico Alberto Mario Banti

il risorgimento non è il frutto dell’opera di un uomo solo (Cavour o Garibaldi) né l’effetto esclusivo di una fortunata congiura internazionale che induce la Francia di Napoleone III ad aiutare attivamente, e la Gran Bretagna ad accettare benevolmente, questa importante trasformazione. E’ piuttosto l’esito di un processo culturale e politico che prende avvio alla fine del XVIII secolo e che precisa i suoi caratteri nei primi decenni dell’Ottocento[10]

Sarebbe proprio questo processo che porterà a identificare la nazione italiana nel progetto di costruzione dello stato unitario e a dare vita alle guerre per l’indipendenza.

Articolo di Stefano Borroni

Mi perdoni il lettore se nell’articolo non sono incluse le guerre d’indipendenza e il ruolo della Carboneria. Si tratta di un periodo estremamente complesso e che richiede una trattazione a parte, vista l’enorme mole di informazioni. Anche per la parte relativa all’idea d’Italia nel medioevo e nell’Antica Roma sarebbe necessario un ulteriore approfondimento, tuttavia quando nel Risorgimento si fa riferimento all’Italia l’accezione è un’idea del tutto nuova e si riferisce al concetto di nazione, a quel tempo di recente produzione (e su questa ci concentreremo). Sperando che l’articolo sia stato di vostro gradimento, ci rivediamo alla seconda parte!

FONTI:

[1][2]Paolo Cammarosano, Storia dell’Italia medievale, dal VI al XI secolo, Laterza editori

[3][4] Niccolò Machiavelli, Il principe, Newton Compton editori

[5][6][7][8][9][10]Alberto Mario Banti, Il risorgimento italiano, Laterza editori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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