L’amore al tempo dei faraoni

Seppure diversi millenni di storia ci separino dall’antica civiltà egizia, le parole d’amore e molte delle usanze di questa cultura sono incredibilmente attuali

“il mio cuore si ricorda del tuo amore /soltanto metà della mia tempia è intrecciata/ ma son venuta in fretta a cercarti/ Ecco (è sciolta) di dietro della mia chioma, ma quando tornerò via, acconcerò le mie trecce e sarò pronta in ogni momento” [1]

o ancora

Se desideri carezzare le mie gambe e il mio seno non ti respingerò (…) è splendido il giorno dell’abbracciarsi [2]

Quelle elencate sono soltanto due delle molte poesie raccolte e conservate nel papiro Harris 500 – XX dinastia – di Londra, e dalla quale appare chiaro come gli stessi sentimenti di passione non siano esclusivi della nostra epoca.

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Nella raccolta dei cosiddetti Canti gioiosi, ogni lirica inizia col nome di un fiore. Oggi potremmo pensare agli scritti di qualche poeta; sono invece gli scritti risalenti alle letteratura del Nuovo regno

“Gigli sono in lui (…) la tua mano nella mia mano/e il mio corpo è felice/è in gioia il mio cuore/perché camminiamo insieme/ e come vino dolce per me/udir la tua voce/vivo di udirla/se ti vedo,/ogni sguardo è per me meglio / che mangiare e bere” [3]

Non si scampa nemmeno alla gelosia e alla vista del proprio partner in compagnia di un altro amante

Perché ne ha trovata un’altra/ e si fa bello del suo volto./ perché far male al cuore d’un altro tradendo? [4]

La civiltà egizia è conosciuta soprattutto per via delle piramidi, spesso associate allo schiavismo ed al dispotismo dei faraoni. Un’immagine che fortunatamente negli ultimi tempi sta cambiando; sappiamo infatti ad esempio che non furono schiavi a costruire le piramidi ma liberi sudditi.

La società egizia era in effetti molto più liberale di quello che siam soliti credere.

famiglia_egizia.jpg

Il matrimonio

Gli antichi egizi possedevano un codice civile all’avanguardia e che regolava moltissimi aspetti della vita, tra i quali i diritti e doveri dei coniugi.

La donna godeva di estrema parità; rispetto all’epoca cristiana poteva possedere ed amministrare direttamente le sue proprietà e cosa importante sia che fosse sposata o meno.

Il matrimonio era essenzialmente monogamico, era lecito dunque avere una sola sposa, tuttavia era permesso avere più concubine con la quale procreare nel caso di infertilità femminile. Non vi era alcuna necessità di riconosciuto ufficiale, sia civile che religioso, per la validità del matrimonio. Bastava il consenso dei due coniugi nel voler convivere sotto uno stesso tetto.

Il divorzio

matrimonio_egizio.jpgEra possibile anche divorziare, e cosa abbastanza insolita, anche la donna poteva chiedere richiedere facilmente la rottura della coppia. I motivi potevano essere molti così come oggi: in primo luogo però vi era l’adulterio.

Qualora il marito avesse ripudiato una donna senza colpa, quest’ultima aveva diritto ad un terzo dei beni dell’uomo; vantaggio che perdeva nel caso avesse abbandonato il tetto coniugale di sua spontanea volontà o fosse stata anche lei infedele.

In una lettera dedicata alla moglie da poco morta, un marito ricorda che neanche la carriera lo ha allontanato da lei (possiamo desumere quindi che potessero avvenire divorzi a causa della carriera lavorativa intrapresa).

“io ti ho presa per moglie quand’ero giovane; tu sei rimasta con me mentre ricoprivo ogni sorta di cariche: tu eri con me, non ti ho ripudiato, non ho offeso il tuo cuore (…) ogni cosa che ottenni era ai tuoi piedi (…) quanto tu moristi passai otto mesi senza mangiare e bere, come fa la gente. (…) ecco, l’ho fatto per te” [5]

I figli

Fatti una moglie quando sei ancora giovane / che possa partorire per te quando sei ancora giovane [6]

Così consigliava un saggio egiziano, Any. Lo stesso ribadiva che la felicità dell’uomo era proporzionale al numero di figli. Non tutti però erano concordi con la stessa idea. Un altro saggio, Ptahhpoteb, avvertiva che l’esser genitori di troppi figli avrebbe causato dolori.

Non far valere il tuo credito su chi non ha figli /non esser meschino vantandoti dei tuoi figli/ perchè ci sono molti padri in dolore/ e madri che hanno partorito/ ma un’altra è più felice di loro [7]

Articolo di Stefano Borroni

bibliografia:

[1][2][3][4][5][6][7]Edda Bresciani, Dalla preistoria all’Antico Egitto, collana “la Storia” di Repubblica

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