«La resa» – un racconto di Mario Leoni

Presentiamo il racconto breve di Mario Leoni, selezionato come vincitore del concorso letterario – edizione 2016.

Sopra lo spoglio tavolo di legno, un tempo adorno di fresca carne rossa e buon vino, era poggiata una mano.
Nessun gioiello attorno alle dita o bracciali dorati così come nessun rumore nelle vicinanze; era quasi sera e il sole s’accingeva a calare dietro le sinuose alture tra le quali s’ergeva la fortezza di Alesia.
Un forte ed improvviso colpo accompagnato dall’eco all’interno della sala semioscura fece vibrare il tavolo lasciando attonite le poche persone rimaste lì attorno.
Dopo qualche attimo, la mano tornò ad aprirsi lentamente e una figura che non aveva ancora proferito parola si drizzò in piedi esibendo lineamenti profondamente scavati dalla fame e dalla guerra. La sua testa era china per la rassegnazione ed i suoi occhi al contempo, trasparivano cieco furore per il suo fallimento.
«Allora è deciso. Partirò domani mattina, andate».
Passarono una manciata di secondi dove nessuno volle rompere il silenzio che si era creato una volta pronunciate quelle parole.
Alla fine, i restanti membri del consiglio ristretto s’allontanarono lasciando il nobile Vercingetorige solo.
L’inverno si stava avvicinando e lo si poteva percepire osservando in cielo numerose nubi funeree portatrici nei giorni passati, di numerose piogge.
Vercingetorige tornò a sedersi portandosi una mano sulla fronte accigliata e sospirando profondamente.
Qualche ora prima gli ambasciatori inviati al campo Romano erano rientrati in città portando i termini della resa incondizionata a Vercingetorige.
Si sentì mancare l’aria così s’alzò frettolosamente, si legò i capelli ed uscì dalla sala centrale del consiglio dirigendosi fuori per poter prendere al più presto una boccata fresca. Nelle vie della città l’unica cosa percettibile era un forte odore di bruciato che rendeva l’aria particolarmente maleodorante e acre.
Poco più avanti, in prossimità della piazza centrale, un mucchio di cadaveri ardeva su un’improvvisata pira funebre. Volse lo sguardo altrove e, con la mano chiuse delicatamente la porta di legno dalla quale era uscito, si coprì il capo con il suo manto grigio e si avviò per le vie di Alesia ancora illuminate dalla fiacca luce del sole calante.
La situazione di degrado e abbandono che avvolgevano la città erano ogni volta per Vercingetorige una consapevolezza fin troppo dolorosa poiché allo stato attuale delle cose s’aggiungeva anche la rassegnazione comune ad un destino già segnato.
Nei primi giorni d’assedio, le precarie condizioni igieniche sommate alle carenza di viveri, avevano obbligato i nobili a espellere dalla città le donne, i vecchi e i bambini, così ogni notte quella lunga colonna di morti viventi che s’allontanava dalla città sperando nell’accoglienza nel campo Romano, lo veniva a trovare facendolo svegliare di soprassalto e risvegliando in lui le paure più recondite insinuate nel suo animo.
Di tutti loro non rimaneva più nulla.
Una volta cacciati da Alesia furono respinti anche dai Romani finendo intrappolati come spiriti dannati tra le mura di pietra della città e il legno delle palizzate dell’immensa cinta eretta da Cesare fin quando ai legionari, non venne dato l’ordine di far piovere una selva di frecce ponendo fine alla loro condanna.
Percorrendo una strada tra le abitazioni ormai adibite a baracche per i pochi soldati rimasti, Vercingetorige notò seduto vicino a un edificio di modeste dimensioni, un uomo terribilmente ferito.
I capelli erano lerci e raggrumati di sangue cosi come una parte della sua gamba, nera per l’infezione. In un primo momento, Vercingetorige volle evitare il moribondo ma poi decise che valesse la pena parlare con qualcuno anziché passare le ultime ore in compagnia dei suoi spettri.
Appoggiato alla trave di una baracca, il guerriero osservò il suo capo per qualche istante stentando a credere di trovarsi da solo assieme a Vercingetorige.
«Signore siete voi?».
Vercingetorige annuì frettolosamente volendo evitare il più possibile distanze d’ogni sorta dettate dalla gerarchia, una pura formalità in quel contesto. Indicò con l’indice lo spazio affianco il guerriero.
«Posso?».
«Certo, accomodatevi».
Una volta seduto, Vercingetorige s’appoggiò con le braccia sulle proprie ginocchia e fermatosi a osservare la gamba del ferito disse:
«Uno come te qua fuori? Non è normale nelle tue condizioni».
«Oh signore» il ferito rise per poi tossire leggermente «lasciatemi passare gli ultimi attimi della mia vita guardando il cielo sopra le mie terre».
Dopo una breve pausa il ferito riprese:
«Non temiate per domani».
Un’affermazione del genere pronunciata da una persona comune avrebbe procurato a Vercingetorige gran fastidio prima della guerra ma adesso non erano altro che due uomini qualsiasi e pertanto mantenere le distanze tra capo tribù e guerriero, non aveva più alcun senso.
«Come fai a saperlo?».
«Gli ambasciatori una volta tornati hanno riferito a tutti i termini della resa imposte dai Romani. Perdonatemi io non volevo…».
Il nobile gallo alzò il bracciò:
«Va bene, ormai che importa. Che lo sappiano pure tutti!». Si fermò a scrutare la terribile ferita e poi tornò sull’emblematico sguardo del guerriero.
«Mi sembri così sereno eppure, stai soffrendo».
«Non vi sbagliate. Soffro perché ho la bella punta di una freccia conficcata nella mia carne ma questo passa in secondo piano perché…».
Digrignò i denti, la gamba gli pulsava all’inverosimile ed iniziò a sentire le forze mancargli.
«perché tra poco rivedrò qualcuno molto caro a me. Ancora un po’ e tutto questo non sarà che un ricordo. Un glorioso ricordo».
«Glorioso?».
Per poco Vercingetorige non si alterò nell’udire quell’affermazione. Il tono della sua voce s’alzò d’impulso.
«Stai delirando. Dimmi, cosa c’è di glorioso in tutto questo? Vedi gloria in te che siedi morente, in donne e bambini lasciati morire come carne al macello, in questa città divenuta una tomba e in un popolo condannato alla schiavitù?».
Portò il suo viso fin quasi a sfiorare quello del guerriero.
«Vedi gloria in un capo che ha fallito?».
Il guerriero sorrise nuovamente e con la forza che gli rimaneva, poggiò la propria mano sulla spalla di Vercingetorige.
«Io vedo gloria in un popolo e in un capo che combattono per la propria gente».
Dopodiché, il moribondo socchiuse gli occhi lasciando cadere delicatamente il braccio.
Vercingetorige s’alzò ed essendo nella zona più elevata della città, notò di sfuggita i numerosi fuochi dei campi che chiudevano in una morsa il vasto insediamento urbano.
Quell’affermazione, così improvvisa, lo aveva sorpreso e rincuorato allo stesso tempo.
Gettò un ultimo sguardo al moribondo convincendosi che stesse passando un sereno riposo e riprese a camminare fin che la notte non avvolse tutto in un manto scuro.

All’alba del giorno seguente, una fitta nebbia era scesa su tutto il paesaggio circostante tanto da rendere difficoltoso perfino al nobile capo degli Arverni il raggiungimento della porta nord dove lo aspettava sellato il suo personale destriero bianco.
Vercingetorige vestiva della sua più brillante armatura e dell’elmo più lucente. Sorreggeva sul braccio sinistro un enorme scudo, decorato da motivi variopinti e intrecciati mentre sulla cinghia, teneva una sfavillante spada accompagnata da una lunga lancia sorretta a destra. Un uomo lo attendeva alla porta d’ingresso e, all’arrivo di Vercingetorige, diede l’ordine di aprire le porte. Il Gallo montò a cavallo e si voltò per guardare un’ultima volta la città dove aveva vissuto gli ultimi giorni della sua libertà ma, rammaricato, non riuscì ad intravedere nulla al di là del giovane stalliere.
S’apprestò a scendere l’altura dove sorgeva Alesia fin quando, percorsi una manciata di metri, si trovò completamente solo; un’anima vagante tra il regno dei vivi e quello dei morti. Ebbe un sussulto quando gli parve di intravedere con la coda dell’occhio, immersa in quell’atmosfera quasi surreale, una figura inerte, immobile ad osservarlo.
Si convinse che non fosse nulla e che l’immaginazione e gli incubi delle notti passate gli avessero giocato dei brutti scherzi.
Più si avvicinava alla palizzata romana, più notava l’infinita moltitudine di corpi sul terreno, alcuni in avanzato stato di decomposizione mentre altri caduti soltanto il giorno precedente. Chiuse gli occhi e si lasciò accompagnare dal suo destriero.
All’improvviso una sentinella romana urlò:
«C’è qualcuno a cavallo comandante!».
Vercingetorige non capì cosa stesse dicendo ma realizzò che l’intero campo fosse in fermento per il suo inaspettato arrivo. Un susseguirsi di ordini riecheggianti da ogni direzione vennero disposti dagli ufficiali: «Uomini, disposizione! Veloci, veloci!».
In poco tempo il campo tornò nel più assoluto silenzio interrotto occasionalmente dal nitrito dei pochi cavalli rimasti dopo l’assedio.
Davanti a lui riusciva a intravedere l’ingresso spalancato del campo e numerose sentinelle ritte con la freccia ben incoccata osservavano ogni suo singolo movimento.
Giunse fino all’entrata dell’accampamento e, in qualsiasi direzione volgesse lo sguardo, poteva vedere solamente il rosso porpora delle insegne, delle uniformi e in particolar modo dell’enorme manto che avvolgeva il comandante Romano seduto su uno scranno rialzato: Giulio Cesare. Superata l’entrata, si fermò; quel silenzio estraniante sembrava volesse comunicargli qualcosa e infatti, per la prima volta dopo anni, ebbe paura di morire.
Cesare, circondato dai suoi ufficiali posti leggermente dietro, lo scrutava attentamente con uno sguardo penetrante ed impassibile quasi fosse un busto marmoreo.
Vercingetorige orgoglioso nella sua maestosa armatura riprese la calma andatura con cui era giunto arrivando quasi a sfiorare col muso del cavallo lo scranno del generale.
Cesare, sorprendendo i generali in piedi vicino a lui fece un cenno con il braccio destro mentre con l’altro si sorreggeva la testa.
«Abbassate gli archi, non c’è pericolo».
Il comandante gallo, sapendo di non poter più scappare e di aver dato la parola a farsi consegnare, diresse il proprio cavallo verso il fianco destro dello scranno. Il cavallo fece un giro completo dando la possibilità a Vercingetorige di osservare da vicino il conquistatore delle Gallie per poi, una volta completato il giro, fermarsi definitivamente e smontare dal suo destriero.
Senza mai abbassare lo sguardo dal Romano, si sfilò l’elmo gettandolo davanti a sé e scoprendosi i lunghi e ondulati capelli. Stessa cosa fece con la lancia, la spada foderata e il suo scudo che, caduto a terra, causò un forte rumore metallico facendo chiudere per una frazione di secondo le palpebre del Romano.
Si sentiva un verme, un animale da soma, un essere disgustoso e ripugnante ma pur di tener salva la vita dei pochi superstiti aveva garantito la propria consegna cercando di porre fine alla devastante guerra che vedeva contrapposti da oramai dieci anni i Romani e le numerose tribù Galliche unite fino quella mattinata, sotto la sua egida.
Allo sfilarsi l’armatura, due soldati si fecero avanti strattonandogliela con forza e gettandola assieme al mucchio di armi per poi buttarlo a terra con un forte pugno allo stomaco e un calcio alla schiena nuda.
I lunghi capelli di Vercingetorige toccarono la terra bagnata e fangosa ma anche in quelle condizioni egli riprese a fissare Cesare vedendo in lui un vago ghigno di soddisfazione.
Un soldato si fece avanti:
«Vercingetorige, figlio di Celtillo della tribù degli Arverni e guida della resistenza Gallica, giuri sottomissione alla Repubblica di Roma, al suo popolo e al suo Senato?».
Vercingetorige non rispose e uno dei soldati che precedentemente gli aveva sferrato un pugno, si diresse verso di lui ma ancora una volta Cesare, ordinò di non fare nulla.
«Cesare, senza mancarvi di rispetto, credo che lui non dirà e non farà niente». Era il giovane Marco Antonio a parlare. «Ha giurato soltanto la sua consegna».
Il comandante, mosse impercettibilmente il capo verso il suo ufficiale senza distogliere lo sguardo dal guerriero:
«L’aquila».
Antonio fece un rapido segno con la mano e il signifero sorreggendo una delle aquile imperiali si distaccò dallo schieramento avvicinandosi all’Arverno per poi abbassarla all’altezza degli occhi del Gallo.
Vercingetorige, un tempo fiero e invincibile comandante della coalizione anti Romana, non poté far altro che sfiorarla con le sue labbra sperando che quell’incubo finisse e che le sofferenze per la sua gente terminassero.
Come un bagliore in mezzo ai suoi oscuri pensieri, una frase pronunciata la sera prima da una persona vicina alla morte, gli fece dimenticare per un istante ciò che stava accadendo attorno a lui: «Io vedo gloria in un popolo e in un capo che combattono per la propria gente».
Intanto, le legioni ordinatamente schierate e fino un istante prima in trepidante attesa per la resa di Vercingetorige, innalzarono al cielo opaco di Gallia un boato udibile anche a diverse leghe di distanza: «Cesare! Cesare! Cesare!».
La campagna di Gallia era finalmente finita.

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