L’Europa e la crisi: due facce della stessa medaglia

La nascita e l’evoluzione dell’Unione europea è sempre stata contraddistinta dalla crisi. E nel corso dei suoi 60 anni di vita ad ogni crisi è sempre seguito un periodo di sviluppo e di rilancio.

Era il 29 gennaio 1974 quando Helmut Schmidt, ministro delle Finanze della Repubblica federale tedesca, si espresse in questo modo di fronte al suo uditorio al Royal Institute of International Affairs: «l’Europa vive di crisi».
La tesi di una crisi continua all’interno della vita della Comunità economica europea è presente in svariati autori, da Jean Monnet a Jürgen Habermas a Giorgio Napolitano, fino ad arrivare alla posizione del politologo francese Yves Mény, il quale ha sostenuto che la Comunità, prima, e l’Unione, poi, sono state in una condizione di crisi quasi permanente.

Un concetto cardine di tutti gli autori è il fatto che l’Unione sia una comunità in continua evoluzione: nel maggio 1950 Robert Schumann sosteneva che «l’Europa non si farà d’un tratto, né secondo un unico piano generale», mentre George Brown, ministro degli Esteri inglese, alla fine degli anni ’60 parlava di una «comunità in evoluzione».

Da qui il nucleo dell’affermazione di Helmut Schmidt: «le crisi contribuiscono a un progressivo sviluppo perché sono un’esortazione a prendere decisioni».
Ma quali sono queste crisi? Quali sono quei processi che, a prima vista, avrebbero dovuto indebolire la struttura della Comunità europea e invece hanno condotto a risultati positivi? E soprattutto, quali sono questi effetti positivi?

Il primo ciclo è quello dominato dalle posizioni dal presidente francese De Gaulle negli anni ’60 contro l’ingresso del Regno Unito (1963 e 1967) e contro la politica agraria comunitaria, che condusse al meccanismo della cosiddetta chaise vide (sedia vuota). Quali passi in avanti portò questa prima crisi? Per citarne alcuni, l’approvazione dell’Unione doganale nel 1968, l’adozione del Piano Mansholt per la riforma degli interventi agricoli e la Dichiarazione dell’Aia di «preparare le strade per un Europa unita».

Il secondo ciclo di crisi viene generalmente collocato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ed è caratterizzato sostanzialmente da due elementi: il rigetto da parte del Parlamento eletto per la prima volta a suffragio universale del bilancio comunitario e la polemica del primo ministro inglese Margaret Tatcher contro il trasferimento di sovranità, secondo la nota affermazione «I want my money back». Anche in questo caso non mancarono gli elementi di rilancio: l’Atto Unico del 1981, proposto da Hans-Dietrich Genscher ed Emilio Colombo, l’avvio della riforma agraria comunitaria, l’introduzione della procedura di voto a maggioranza e l’avvio delle prime discussione che avrebbero portato alla nascita dell’Unione europea (Progetto Spinelli).

Per quanto riguarda il terzo ciclo, esso è collocabile nella prima metà degli anni ’90 in seguito all’approvazione del Trattato di Maastricht, la cui ratifica fu osteggiata dal referendum danese (50,7% – 49,3%). La spinta positiva ha avuto luogo dall’anno successivo, nel momento in cui venne approvato il Trattato dall’Inghilterra, entrò in vigore la legislazione per il Mercato Unico e si avviò la seconda fase dell’Unione economica e monetaria.

Il quarto momento di decadenza nella storia dell’Unione europea si ha nel 2005 quando Francia e Olanda rifiutano l’approvazione della Costituzione per l’Europa. I frutti positivi di questa crisi arriveranno solamente nel 2007, con l’approvazione del Trattato di Lisbona.

In relazione a fenomeni attuali, la crisi economica del 2008 ha permesso la nascita dell’Unione bancaria e la produzione di un sistema di finanziamento degli squilibri (european stability mechanism), oltre che indurre la Banca centrale europea a condurre le politiche economiche dei vari Paesi. Da questo punto di vista, anche la questione migratoria potrà produrre risultati positivi nel momento in cui costringe gli Stati a cooperare tra loro nella risoluzione di un problema che ha carattere meramente trans-nazionale.

Difficile dire, invece, quali esiti avranno le tensioni provocate dal referendum inglese sull’appartenenza del Regno Unito all’Ue, primo caso di consultazione popolare non per entrare, ma per uscire dall’Unione.

Fonti

Sabino Cassese, Territori e potere, Bologna, Il Mulino, 2016.

Jean Monnet, Mémoires de Jean Monnet, Paris, Fayard, 1976.

Patrick Minford, Should Britain leave the Eu? An economic analysis of a troubled relationship, London, Elgar, 2015.

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