Clima e guerra nel Medioevo

Le condizioni climatiche e l’alternarsi delle stagioni hanno da sempre condizionato e scandito la vita dell’uomo in moltissime sue attività, non ultima, naturalmente, quella bellica.

Intemperie di vario genere hanno talvolta ribaltato le sorti delle battaglie ed hanno messo in crisi eserciti che sulla carta partivano avvantaggiati sugli avversari. Lo sviluppo della tecnologia e della scienza meteorologica ha permesso con il passare dei tempi di limitare questa influenza ma nei secoli passati come era gestito il clima da chi doveva scendere in guerra, quali problemi pratici potevano sorgere?

Vediamo come, nel Medioevo, si affrontava la questione.

Le stagioni

Salimbene de Adam, un francescano vissuto nel XII sec., scrive: «il tempo in cui i re sogliono procedere alle guerre si chiama maggio, che è tempo tranquillo giocondo e temperato».
Questa frase descrive e riassume bene quella che è normalmente considerata una prassi confermata  da diverse fonti: in epoca medievale (ma non solo) la guerra la si fa nel periodo tra la primavera e l’estate, più precisamente in un lasso di tempo che va da aprile a settembre.

I mesi della primavera, maggio e giugno in particolare, risultano comunque quelli preferibili ed i motivi paiono facilmente intuibili: le temperature sono miti, le giornate si allungano, l’erba dei campi torna a crescere e sono stati compiuti i primi raccolti. Queste ultime due considerazioni sono importanti poiché il reparto fondamentale di ogni esercito medievale (dai tempi dei Franchi di Carlo Martello in avanti) era la cavalleria e non era pensabile mettersi in marcia senza poter garantire un adeguato foraggiamento alle bestie.

Addentrandosi nell’estate la stagione resta propizia, ma gli eserciti devono cominciare a fare i conti con il caldo che può diventare davvero opprimente in virtù dell’armamento mentre l’acqua può altresì iniziare a scarseggiare prostrando i soldati per la sete. L’obbligo di indossare l’armatura rendeva veramente frequenti le possibilità di decesso per insolazione o disidratazione. Settembre risulta dalle fonti l’ultimo mese davvero idoneo alla guerra, in quanto con l’incedere dell’autunno il tempo peggiora e le piogge si fanno più frequenti rendendo impraticabili molte vie di comunicazione. Inoltre il principio di questa stagione è fondamentale per ultimare gli ultimi raccolti e per vendemmiare e capitò non di rado che gli uomini fossero poco inclini a mettersi a disposizione dell’esercito in quanto preferivano occuparsi del lavoro nei campi.

Nonostante questo però risulta ben chiaro che sia l’inverno la stagione meno consona al guerreggiare. Il freddo è senza dubbio l’ostacolo più invalicabile, peggio ancora se unito alle intemperie come pioggia o addirittura neve e ghiaccio. A questo bisogna unire la drastica riduzione delle ore di luce. Non si pensi comunque che non vi siano stati esempi di azioni belliche anche in questo periodo, tuttavia queste risultano di dimensioni più modeste ed affrontate da gruppi di soldati probabilmente scelti e ben equipaggiati.

Fanno eccezione in questo quadro gli assedi. Se era necessario, infatti, l’assedio proseguiva anche nel periodo invernale e per condurlo si doveva mantenere mobilitato un grande numero di uomini. Inoltre quella di prolungare un assedio anche con la cattiva stagione poteva essere una strategia vincente in quanto si avvilivano le speranze degli assediati di veder rotto l’accerchiamento almeno per qualche mese.

Le intemperie

Detto delle stagioni, vediamo quali fossero le manifestazioni climatiche che potessero maggiormente influenzare le azioni militari e la loro riuscita.

Anzitutto la pioggia, che è naturalmente la più comune e che può manifestarsi in maniera anche violenta persino in quei mesi considerati ideali per muovere guerra. Dalle fonti risulta evidente come delle precipitazioni insistenti sia per quantità che per durata possano compromettere le manovre rendendo impraticabile il terreno e impedendo così l’avanzata o il mantenimento di una posizione conquistata. Un abbondante pioggia poteva far gonfiare i corsi d’acqua spegnendo ogni velleità di affrontare un guado o sfruttare un fiume per il vettovagliamento. Non solo però. L’esperienza militare dell’epoca aveva reso coscienti gli esperti che la pioggia e l’umido potevano compromettere, anche gravemente, l’efficacia delle armi da lancio quali archi e balestre facendo rigonfiare il legno. Questo problema peraltro rimase tale, se non peggiorò, con l’introduzione delle armi da fuoco poiché l’acqua inumidiva le polveri. Infine l’acqua inzuppava le parti non metalliche delle armature facendo abbassare la temperatura corporea di chi l’indossava e provocando facilmente malattie.

Insomma in caso di pioggia, se possibile, era meglio lasciar perdere. Anche il vento poteva essere un elemento di disturbo non indifferente. In questo caso ciò che gli strateghi dell’epoca non mancavano di ricordare nei loro trattati era che un buon comandante dovesse schierare le truppe con il vento a favore, sia perché non da fastidio agli occhi (lo stesso discorso tra l’altro è fatto con il Sole) sia perché si evita di vedere ridotta la portata e l’efficacia dei proiettili delle armi da lancio. In questo caso però lo sviluppo delle armi con polvere da sparo ridusse notevolmente il problema.

Altro elemento climatico che creò talora disagi è la nebbia. Il problema risulta evidente: la visibilità è ridotta. Questo può nuocere anzitutto ai tiratori ma anche alla marcia di un esercito nonché a chi si sta difendendo da un assedio: esistono infatti casi accertati di assalti che ebbero fortuna proprio perché i difensori non riuscirono ad accorgersi dell’attacco.

Vi è infine nelle fonti dell’epoca un ultimo elemento ricorrente, non climatico ma ad esso correlato. Si tratta degli insetti. Effettivamente, soprattutto nei mesi più caldi, l’assembramento in spazi concentrati di un grande numero di uomini ed animali poteva scatenare vere e proprie invasioni di mosche, zanzare, tafani ed altri animali simili che potevano vessare talmente tanto gli eserciti da costringerli ad abbandonare le operazioni. Queste situazioni, naturalmente, si verificano con più frequenza durante gli assedi. A tal proposito si può ricordare l’episodio avvenuto durante l’assedio (per l’appunto fallito) che Federico II pose contro Brescia nell’estate del 1238: l’esercito imperiale fu prostrato da un’epidemia scatenata dall’enorme numero di mosche che volavano per il campo tanto che gli uomini non riuscivano a mangiare senza ingoiarne.

Articolo di Ettore Malaspina

Fonti

A. Settia, Tecniche e spazi della guerra medievale, Città di castello 2006.

A. Settia, Rapine, assedi, battaglie, Roma 2002.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...