Massimo Bernardini: «la televisione è formidabile strumento di conoscenza, ma oggi tende solo a massimizzare gli ascolti»

Abbiamo avuto modo di avere un colloquio con Massimo Bernardini, conduttore televisivo, giornalista musicale e ideatore di due programmi di successo: Il tempo e la storia e Tv Talk.

In occasione di un incontro presso l’Università degli Studi di Milano, all’interno del corso semestrale di Storia della radio e della Tv, tenuto dalla professoressa Silvia Salvatici, abbiamo incontrato Massimo Bernardini.

1) Come definirebbe la sua carriera, dagli albori fino ad oggi?

Senza dubbio ho avuto quella che si potrebbe definire una formazione anomala: conduzione radiofonica, composizione e insegnamento musicale, giornalismo televisivo…
Tutto questo mi è servito per comprendere la centralità della voce e dell’ascolto e l’importanza di possedere un metodo all’interno di questo mestiere. Questo per me è assolutamente fondamentale.

2) In Italia è attualmente possibile trovare il giusto collegamento tra televisione e divulgazione storico-culturale?

Dunque, la domanda è complessa. La televisione è un formidabile strumento di conoscenza, ma nel corso del tempo si è sviluppato un fenomeno particolare: all’inizio degli anni ’50 e ’60, il servizio pubblico aveva deciso di alfabetizzare il pubblico italiano, mentre la televisione di oggi ha come fine esclusivo quello di massimizzare gli ascolti. La televisione contemporanea è esplosa e ognuno si occupa di un frammento: cucina, abbigliamento, intrattenimento, moda, cultura…

3) Come giudica la sua esperienza a Il tempo e la storia?

Questo programma ha un grande valore aggiunto: a differenza di un Piero Angela, che tende a parlare da solo e a non avere relazioni con i propri spettatori, Il tempo e la storia prova ad avvicinare il pubblico alle tematiche complesse dell’offerta culturale, unendo un giornalismo curioso con filmati tratti dagli archivi Rai e professori che hanno avuto modo di lavorare su fonti e documenti storici.
L’elemento principale è quello di rappresentare le domande del pubblico da casa: solamente in questo modo così si crea un meccanismo virtuoso di interesse.

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4) Secondo lei, i programmi televisivi hanno influenzato la politica nel corso degli anni o è la politica che ha sfruttato il linguaggio della Tv?

La Tv ha creato una dinamica di protagonismo del personaggio politico, che ne ha di conseguenza snaturato la fisionomia. Oggi la politica italiana ha un solo Dio e un solo ideale: il consenso per il consenso, a costo di inseguire le preferenze del pubblico. Negli anni d’oro del berlusconismo i talk show italiani erano un fenomeno unico al mondo e arrivavano anche a 7 milioni di telespettatori. Questa cosa con il tempo ha avvelenato la politica e il suo mondo.

5) E’ possibile rilanciare la funzione pedagogica della Tv, come ai tempi di Ettore Bernabei?

A mio modo di vedere non si trovano più le ragioni di una Tv di servizio pubblico. Esso in futuro sarà gestito da chi lo vuole realmente fare, ma non necessariamente della Rai. La televisione di Ettore Bernabei credeva nella sua funzione educativa, nella divulgazione dei grandi classici della letteratura, mentre quella di oggi pensa alla televisione come spettacolo.

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