8 APRILE 1341: FRANCESCO PETRARCA, POETA CORONATO D’ALLORO

Del Medioevo si è detto che è stato periodo buio. Oggi sappiamo meglio che mai che si tratta di un luogo comune, un’affermazione errata, banalizzante e semplicistica, perché il Medioevo, lunga epoca storica che si è protratta per circa un millennio (la storiografia ha stabilito come date estreme il 476 d.C. ed il 1492 d.C.), fu caratterizzata da fasi alterne di decadenza e di splendore; pertanto, questa età merita di essere studiata in maniera critica ed approfondita per smentire tutti quei pregiudizi che nel corso degli anni sono andati affermandosi e che tutt’oggi ancora vivono. Certo, guardando all’Antica Roma le differenze tra i due periodi sono evidenti , ma proprio perché si tratta di due fasi storiche diverse e tenendo a mente che la storia non è altro che un processo diacronico nel quale il cambiamento è la costante, una lettura dicotomica e conflittuale tra i due periodi non sempre giova alla comprensione.

Tuttavia, proprio in merito alla Classicità si può imputare qualcosa al Medioevo: se è errato dire che quest’ultimo aveva completamente dimenticato ciò che venne prima, certo si può dire che la comprensione e lo studio da parte dei medievali rispetto a quella fase storica che aveva preceduto i loro tempi conobbe momenti di alterna fortuna e che spesso la conoscenza di quel periodo, già di per sé abbastanza limitata, era solitamente appannaggio di pochi intellettuali ed eruditi, soprattutto nei periodi più duri e sfavorevoli del Medioevo. Ad interrompere questo ciclo di fortune alterne – assieme ad altri fattori non prettamente culturali – e a spingere la civiltà occidentale ad un cambio epocale del paradigma culturale sarà proprio un periodo di rinvigorito interesse tra XIV e XV secolo per tutto ciò che fu la Classicità, che getterà le basi di quel movimento culturale, prima prettamente italiano e poi europeo, che sarà chiamato Umanesimo.

A questo punto, è impossibile non nominare quello che è considerato il padre dell’Umanesimo, nonché uno dei massimi poeti italiani e uno dei più grandi intellettuali europei del tempo: Francesco Petrarca. Nato ad Arezzo il 20 luglio 1304, il Petrarca dedicò la sua vita allo studio ed al recupero dell’antichità latina: precursore della pratica filologica moderna, scoprì diverse epistole di Marco Tullio Cicerone; collazionò (cioè confrontò i testi di varie copie manoscritte per rilevarne le differenze) i codici tramandanti l’opera “Ad Urbe Condita” dello storico Tito Livio; recuperò ed annotò febbrilmente numerose varianti dei testi delle opere di Virgilio. Considerato il massimo esperto di storia romana, Petrarca era consapevole dell’enorme eredità che la Roma antica aveva lasciato ai successori e sapeva anche che un recupero passivo ed esclusivamente letterario di quella tradizione non era sufficiente.

Del resto, quando si pensa a Petrarca è impossibile non pensare a quello del Canzoniere, il poeta in volgare che probabilmente per primo ha raccolto in maniera organica e raccontato in rime sparse del suo tormentato amore per Laura seguito dal pentimento religioso in perfetto gusto medievale; un Petrarca scrittore di versi in volgare e che però a questa sua raccolta di rime aveva dato un titolo in latino “Rerum vulgarium fragmenta” (cioè “frammenti di cose in volgare”) e che anche in quei limpidissimi e raffinati versi in volgare toscano le grafie ed i nessi latineggianti sono presenti e ben marcati dall’autore stesso. Ma prendiamo in considerazione l’altra opera poetica (incompiuta) del Petrarca volgare, i “Trionfi“: di gusto e mentalità tipicamente medievale, l’opera narra del cammino dell’uomo verso la redenzione religiosa. Anche qui, fin dal titolo avvertiamo qualcosa di tipicamente classico, non medievale: è la cerimonia del triumphus, tramite la quale i generali più validi dell’Antica Roma venivano ricompensati dopo aver condotto una brillante campagna militare.

Insomma, anche le opere in volgare del Petrarca risentono della riscoperta della cultura classica e tale impostazione sarà influente la produzione letteraria in volgare contemporanea e successiva al poeta stesso. A questo punto va ricordato che Petrarca era certo un eccelso poeta in volgare, ma era anche capace di scrivere in un latino aulico, ricercato e raffinato, che quasi ambiguamente preferiva al volgare e del quale si servì per scrivere epistole e trattati in gran numero: limitandoci ad un paio di esempi, basterà pensare alle Familiares (350 lettere scritte da Petrarca dalla giovinezza fino al 1361) o al Secretum. Tuttavia, le opere – tra l’altro incompiute – in cui maggiormente si manifesta la volontà da parte dell’autore di far rivivere e continuare la tradizione classica sono altre due, una in prosa ed una in versi: si tratta rispettivamente del De Viris Illustribus e dell’Africa: la prima opera è di materia storiografica che prende spunto dagli scritti di Tito Livio, raccontando le vite dei personaggi illustri dell’Antica Roma e successivamente di quelli delle Sacre Scritture; la seconda opera, invece, articolata in nove libri ma probabilmente incompiuta poiché si sarebbe dovuta articolare in dodici, febbrilmente rielaborata e gelosamente custodita per tutta l’arco della vita del poeta, si rifà all’Eneide di Virgilio ed utilizzando l’esametro latino narra delle vicende belliche della Seconda Guerra Punica.

E furono queste due opere – ma soprattutto l’Africa – che permisero a Petrarca di diventare, dopo una solenne e classicheggiante cerimonia svoltasi a Roma, in Campidoglio, l’8 aprile 1341, “poeta coronato d’alloro” per eccellenza. Anche se non fu la prima cerimonia di questo genere – nel 1315 una celebrazione simile era già stata riservata al poeta padovano Albertino Mussato – l’incoronazione di Francesco Petrarca a “poeta et historico“, avvenuta per mano del re di Napoli Roberto d’Angiò, acquisiva una valenza del tutto diversa, poiché egli voleva simbolicamente ricollegarsi e far rivivere quella tradizione della tanto amata Roma Antica e che, stando alle fonti dell’epoca, dodici secoli prima era stata concessa anche al celeberrimo poeta latino Stazio.

“Ma per le ardue solitudini del Parnaso
un dolce amore mi trascina.” 

Queste parole sono state scritte nel terzo libro delle Georgiche, dal più grande e famoso dei poeti: la prima parte indica l’impegno non lieve del mio proposito, la seconda vi fa seguire l’ardore non comune della mia anima appassionata. Il primo elemento appare da quel « per le ardue solitudini del Parnaso », dove occorre notare «Parnaso», «ardue», «solitudini». Il secondo da « un dolce amore mi trascina », dove bisogna fare attenzione ad « amore », e «dolce amore» e «amore che è capace di trascinare». Naturalmente ne deriva questa connessione, e un elemento dipende dall’altro: chiunque infatti desidera ascendere le ardue solitudini del Parnaso deve per forza amare quel che desidera; chiunque ama l’ascesa e senza dubbio più pronto ad ottenere con l’impegno quel che desidera con il sentimento, che l’impegno senza amore, senza un qualche intenso godimento spirituale e un certo piacere non produce gli effetti desiderati.

Francesco Petrarca, “Collatio Laureationis“, 8 aprile 1341.

A primo impatto l’incoronazione di Petrarca può sembrare un evento  – seppur prestigioso – del tutto isolato, significativo solo per il singolo individuo ed irrilevante per il resto della società. Non è così. In quel cruciale contesto di transizione culturale, una cerimonia simile è emblematica di quel desiderio di riscoperta e di quella sete di sapere che vuole andare ben oltre la semplice riscoperta letteraria e che vuole farsi portatrice di un cambio di mentalità e civiltà. E pensando Petrarca ricevette la proposta di incoronazione sia da Parigi, sia da Roma, non c’era luogo migliore dell’Urbe Eterna per questa simbolica cerimonia di rinascita culturale.

A cura di: Lorenzo Naturale

FONTI:
http://www.classicitaliani.it/petrarca/prosa/collatio_laureationis_ita.htm
http://www.arquapetrarca.com/index.php?option=com_content&id=205&Itemid=58&lang=it&limitstart=5

 

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