L’Esposizione universale di Parigi: l’inizio del XX secolo

Il 14 aprile 1900 il presidente francese Émile Loubet inaugurò l’Esposizione universale di Parigi, pronunciando parole piene di fervore sulla giustizia universale e l’amicizia tra i popoli. Era l’inizio del XX secolo.

Per molti versi, la maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che fu un’esposizione ripiegata sulle glorie del passato, sia per lo stile che per i contenuti: ciascuna nazione si adoperò per mettere in mostra i suoi tesori nazionali, come dipinti, sculture, libri rari e manoscritti, e i prodotti della sua industria. Il padiglione canadese, per esempio, era un tripudio di pellicce, mentre quello finlandese un trionfo del legname e quello portoghese era decorato con ornamenti a tema marittimo.

Il padiglione tedesco era dominato dalla statua di un araldo che soffiava in una tromba, emblema che ben si addiceva alla più giovane tra le potenze europee. All’interno si poteva ammirare una fedele riproduzione della biblioteca di Federico il Grande, anche se i tedeschi ebbero il tatto di non sbandierare le vittorie militari vecchie e nuove, molte delle quali erano state messe a segno a spese della Francia. La facciata ovest, in compenso, alludeva all’incipiente rivalità tra la Germania e la maggiore potenza navale del mondo, la Gran Bretagna.

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Il più fedele alleato della Germania, l’Austria-Ungheria, era presente con due diversi padiglioni, uno per ciascuna delle anime della cosiddetta Duplice monarchia. Il padiglione austriaco era un trionfo dell’art nouveau, con decorazioni d’oro e pietre preziose, e al suo interno erano in mostra opere di artisti e artigiani polacchi, cechi e jugoslavi.
Tra il padiglione austriaco e quello ungherese sorgeva una terza costruzione più piccola, il padiglione della piccola Bosnia, che tecnicamente apparteneva ancora all’Impero ottomano, ma dal 1878 era amministrata di fatto da funzionari viennesi.

Il padiglione ungherese era improntato ad un fiero nazionalismo. Tra le attrazioni c’era una ricostruzione della fortezza di Komàrom, che nel XVI secolo aveva arginato l’espansione ottomana verso nord e nel 1848 era stato un bastione dei nazionalisti ungheresi in guerra contro gli Asburgo.

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Il Regno d’Italia, che come la Germania era un Paese giovane, aveva costruito un edificio che assomigliava a un’enorme e sontuosa cattedrale. Sulla cupola dorata campeggiava un’aquila gigantesca con le ali dispiegate in segno di trionfo. All’interno si potevano ammirare capolavori del Medioevo e del Rinascimento.

Il contributo della Gran Bretagna all’Esposizione universale era caratterizzato da un accogliente maniero di campagna progettato da Edwin Lutyens, un giovane architetto di successo. Edificata in un inconfondibile stile Tudor in legno e muratura, la villetta ospitava soprattutto dipinti inglesi del XVIII secolo.

Alla Russia, Paese alleato della Francia, era riservato il posto d’onore. Gli inestimabili tesori mandati a Parigi dallo zar facevano bella mostra di sé in diverse aree dell’esposizione: un colossale palazzo costruito nello stile del Cremlino; un padiglione riccamente decorato in onore della zarina madre, l’imperatrice Maria; una carta della Francia realizzata con pietre preziose, dono dello zar Nicola II al popolo francese…

La Francia non aveva un padiglione a parte: l’Esposizione stessa era un monumento alla civiltà francese, alla sua potenza e ai suoi possedimenti coloniali. Il patrocinio della manifestazione era un gesto che parlava da sé, un segno tangibile della rinnovata potenza di un Paese che solo trent’anni prima aveva subito una cocente sconfitta militare a favore della Germania.

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L’Esposizione del 1900 fu una degna apoteosi per un secolo iniziato tra rivoluzioni e guerre ma trasformatosi via via in un’epoca di progresso, pace e prosperità. Fu una vetrina per i singoli Paesi, ma anche un monumento alle più recenti conquiste industriali, commerciali, scientifiche, tecnologiche e artistiche della civiltà occidentale. Come non restare di stucco di fronte alle macchine a raggi X o alla ciclopica Sala delle Dinamo che tanto colpì Henry James?

Camille Saint-Saëns compose una cantata in onore dell’elettricità, Le Feu céleste, che venne eseguita in un concerto gratuito aperto a tutti. Il Palazzo dell’Elettricità era illuminato a giorno da 5.000 lampadine, e sulla sommità del tetto, su una biga trainata da un cavallo e un drago, campeggiava la Fata dell’Elettricità.

Nel vicino Bois de Boulugne, contestualmente all’Esposizione, si svolgevano le seconde Olimpiadi dell’epoca moderna, mentre in zona Vincennes si potevano ammirare gli ultimi modelli di automobile e assistere a gare di palloni aerostatici.

Fonti:

Paris Exposition, 1900: guide pratique du visiteur de Paris et de l’exposition.
http://archive.org/details/parisexposition00pari.
– Addison, O’ Grady, Diary of a european tour.
– Zweig, Il mondo di ieri.
– MacMillan, 1914: come la luce si spense sul mondo di ieri, 2013.
– Blom, The vertigo years: change and culture in the west, 1900-1914.

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